Un gesto che ferma un intero territorio

Questa mattina in Calabria qualcuno ha tagliato dei cavi in due punti diversi della rete ferroviaria, sulla linea tirrenica tra San Lucido e Longobardo e su quella jonica tra Cutro e Isola di Capo Rizzuto. Non un guasto, non un cedimento tecnico, ma quello che i primi accertamenti definiscono un atto volontario. Il risultato è stato immediato: treni fermi da Battipaglia a Paola, un'intera regione tagliata fuori dai collegamenti per ore, mentre i tecnici di Rete Ferroviaria Italiana lavoravano per ripristinare la circolazione e Trenitalia organizzava bus sostitutivi per non lasciare i viaggiatori senza alternative. Non sappiamo ancora chi abbia agito né perché, e su questo la prudenza è d'obbligo: non spetta a un commento d'opinione anticipare le indagini, né tantomeno indicare colpevoli dove le autorità competenti stanno ancora accertando i fatti. Quello che si può dire, con i dati che abbiamo, è che per qualche ora un pezzo del Paese si è trovato più solo di quanto dovrebbe essere, e questo, a prescindere da come si concluderà l'inchiesta, merita una riflessione che va oltre la cronaca del giorno.

Il valore di un binario

Chi vive nelle grandi città fatica talvolta a capire quanto un collegamento ferroviario possa pesare sulla vita quotidiana di un territorio. In Calabria, come in molte altre zone del Mezzogiorno, il treno non è un'opzione tra tante: è spesso l'unico modo per raggiungere il lavoro, l'ospedale, l'università, i propri cari che vivono in un paese diverso. Quando quella linea si interrompe, non si ferma soltanto un convoglio, si ferma la possibilità concreta di tante famiglie di tenere insieme i pezzi della propria giornata. È per questo che un'infrastruttura come una ferrovia non va pensata come un bene tecnico tra gli altri, ma come parte di quel bene comune che permette a una comunità di restare comunità, e non un insieme di persone isolate ciascuna nel proprio angolo di territorio. Danneggiarla, quale che sia il movente, colpisce prima di tutto chi quella infrastruttura la usa ogni giorno per ragioni che nulla hanno a che vedere con la politica o con qualunque rivendicazione: pendolari, studenti, lavoratori, anziani che devono raggiungere una visita medica. È a loro che penso quando leggo di cavi tagliati, non agli autori del gesto.

Sussidiarietà e sicurezza dei territori

Da tempo sostengo che la sussidiarietà non sia solo un principio da applicare alla grande politica europea, ma un criterio quotidiano di buon governo, valido anche quando si parla di sicurezza delle infrastrutture. Lo Stato centrale ha il dovere di garantire reti moderne, sorvegliate, resilienti, ma non può fare tutto da solo: servono presidi territoriali, collaborazione con le amministrazioni locali, investimenti mirati nella manutenzione e nel monitoraggio di tratte che troppo spesso, specie al Sud, restano scoperte per chilometri. Non è un caso che episodi come questo colpiscano linee periferiche, meno frequentate dai grandi flussi ma non per questo meno vitali per chi le percorre. Rafforzare la sicurezza di queste reti non significa trasformare ogni stazione in una fortezza, un eccesso che finirebbe per pesare sulle stesse persone che si vogliono proteggere, ma dotare gli enti gestori e le forze dell'ordine degli strumenti, anche tecnologici, per prevenire e intervenire rapidamente. È una responsabilità che va condivisa tra centro e periferia, con un principio semplice: chi conosce meglio il territorio, spesso il livello locale, va messo in condizione di collaborare davvero con chi ha le risorse per agire su scala nazionale, senza sovrapposizioni né deleghe reciproche che finiscono per lasciare scoperto proprio ciò che andrebbe protetto.

Non lasciare sola la Calabria

C'è infine un punto che mi sta a cuore e che riguarda la dignità dei territori più fragili del nostro Paese. La Calabria, come altre regioni del Mezzogiorno, convive da anni con una rete di trasporti già insufficiente, con tempi di percorrenza che altrove sembrerebbero d'altri tempi. Un episodio come quello di oggi rischia di passare come una notizia di cronaca tra le tante, destinata a scomparire in fretta dalle prime pagine non appena la circolazione sarà tornata regolare. Sarebbe un errore. Ogni interruzione di questo tipo dovrebbe invece essere l'occasione per interrogarsi su quanto le infrastrutture di queste zone siano già fragili di loro, ancor prima che qualcuno decida di danneggiarle, e su quanto sia urgente investire non solo in sicurezza ma anche in ammodernamento reale delle linee. La buona notizia, se così si può dire, è che questa mattina la macchina pubblica ha risposto: tecnici al lavoro, bus sostitutivi attivati, informazioni diffuse ai viaggiatori. È il segno che, quando le istituzioni funzionano, la comunità non resta sola nemmeno di fronte a un gesto imprevisto. Ma la reazione pronta di oggi non deve diventare un alibi per non affrontare, domani, le fragilità strutturali che restano. Un Paese si misura anche dalla cura con cui protegge i fili, spesso invisibili, che tengono insieme i suoi territori più periferici. Curare quei fili, prima ancora che qualcuno decida di tagliarli, è un dovere che riguarda tutti noi, non solo chi la Calabria la attraversa ogni giorno per andare al lavoro.

Fonte della notizia: ANSA.