Un rapporto che dice la verità, anche quando scomoda
Il ministero della Salute ha pubblicato il consueto monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza, quello che misura, Regione per Regione, come funziona davvero la sanità pubblica in Italia. I dati relativi al 2024 raccontano una storia a due facce. Da un lato ci sono progressi reali: l'assistenza sul territorio cresce quasi ovunque, la prevenzione fa passi avanti significativi, persino una Regione in difficoltà storica come la Calabria guadagna dodici punti nell'area territoriale rispetto all'anno precedente. Dall'altro lato resta, netta, la fotografia di un Paese diviso in due velocità. Veneto, Provincia di Trento, Emilia-Romagna e Toscana si confermano ai vertici in quasi tutti gli indicatori, con punteggi che sfiorano il massimo. Calabria, Sicilia e Molise restano indietro, con la Calabria unica Regione a non raggiungere la sufficienza nell'area dell'assistenza territoriale.
Non credo si debba leggere questo rapporto come un bollettino di guerra tra Nord e Sud, e nemmeno come l'ennesima occasione per processare una classe dirigente regionale o l'altra. Credo invece che vada letto per quello che è: uno strumento di verità, utile proprio perché non si presta a slogan facili. Dice che la sanità italiana migliora, e questo è un merito che va riconosciuto a chi amministra bene, ovunque si trovi. Ma dice anche che il miglioramento generale non basta a chiudere una distanza che dura da decenni, e che tocca la vita concreta delle persone assai più di quanto tocchi le classifiche.
La salute è una questione di persona, non di statistica
Dietro ogni punteggio di questi rapporti c'è una persona che aspetta una visita, una famiglia che deve decidere se affrontare un viaggio per curare un figlio o un genitore anziano, un lavoratore che rinuncia a un controllo perché il tempo e la distanza pesano più della prevenzione. La sanità non è un settore come un altro: è il luogo dove si misura, forse più che in ogni altro ambito, la dignità della persona e la tenuta della famiglia come prima cellula della società. Quando un territorio non riesce a garantire cure adeguate vicino a casa, non sta solo perdendo un punteggio in una tabella ministeriale. Sta chiedendo ai suoi cittadini un sacrificio silenzioso, fatto di rinunce, di spostamenti, di fiducia che si consuma un poco alla volta nelle istituzioni.
È per questo che continuo a pensare che la sanità non debba mai diventare terreno di scontro ideologico tra modelli regionalisti e modelli centralisti. Il problema non è se le Regioni debbano avere autonomia, ce l'hanno già, e in alcuni casi hanno dimostrato di saperla usare bene. Il problema è che l'autonomia, senza un sistema serio di verifica e di sostegno, rischia di trasformarsi in abbandono per chi parte più indietro. Il bene comune, in questo campo, si misura proprio nella capacità di tenere insieme libertà di amministrare e responsabilità di garantire a tutti, ovunque nascano, lo stesso diritto a curarsi.
Sussidiarietà non significa lasciare sole le Regioni
Da tempo sostengo che la sussidiarietà, intesa bene, non sia un principio che scarica sulle realtà locali compiti che lo Stato centrale non vuole più portare avanti. È l'esatto contrario: significa che ogni livello, dal Comune alla Regione allo Stato, fa la propria parte, ma nessuno resta solo di fronte a un compito più grande delle proprie forze. Il monitoraggio Lea è in questo senso un buono strumento di sussidiarietà applicata, perché non si limita a fotografare le differenze, le rende visibili, misurabili, e quindi affrontabili con dati alla mano invece che con impressioni. Il fatto che la Calabria abbia guadagnato dodici punti in un anno dimostra che il miglioramento è possibile anche partendo da condizioni difficili, quando ci sono investimenti mirati e una gestione che si assume le proprie responsabilità.
Da qui dovrebbe partire una riforma pragmatica, non ideologica: premiare chi amministra bene, indipendentemente dal colore politico, e accompagnare chi resta indietro con risorse condizionate a piani credibili di risanamento, non con trasferimenti a pioggia che non cambiano nulla. Serve inoltre investire con più decisione proprio dove il rapporto segnala le fragilità maggiori, la prevenzione in Sicilia, l'assistenza territoriale in Molise e Basilicata, senza aspettare che il divario diventi ancora più difficile da colmare.
Il merito premiato, il divario non rassegnato
Mi convince poco chi liquida questi numeri come un problema solo tecnico, da lasciare a tecnici e burocrati. La geografia della cura in Italia è, prima di tutto, una questione politica nel senso più nobile del termine: riguarda il buon governo, la capacità delle classi dirigenti locali e nazionali di rispondere ai bisogni reali delle persone. Un Paese che accetta come normale che la qualità delle cure dipenda dal luogo di nascita non sta semplicemente amministrando male qualche Regione, sta rinunciando a un pezzo della propria coesione nazionale.
La buona notizia, se vogliamo cercarla in questo rapporto, è che il miglioramento c'è, ed è diffuso. Significa che il sistema, nel suo complesso, sa ancora reagire quando le energie giuste vengono messe in campo. La sfida per chi governa, a ogni livello, è trasformare questi segnali incoraggianti in una traiettoria stabile, capace finalmente di ridurre, anno dopo anno, quella forbice che il ministero certifica ma che nessuno può più permettersi di considerare fisiologica.
Fonte della notizia: ANSA.