"Identità" è una di quelle parole che si sono logorate a forza di essere strappate da una parte e dall'altra. C'è chi la brandisce come una clava, per dividere il mondo in noi e loro e alimentare la paura. E c'è chi la guarda con sospetto, come se fosse di per sé qualcosa di poco rispettabile, un residuo del passato di cui un cittadino moderno dovrebbe quasi vergognarsi. Io rifiuto con decisione entrambe queste posizioni. Credo che avere un'identità, sapere chi si è e da dove si viene, non sia né un'arma né una colpa, ma una ricchezza. Anzi, sono convinto di una cosa che a prima vista può sembrare un paradosso: soltanto chi ha radici salde può davvero aprirsi al mondo senza paura e senza dissolversi.

È questa la tesi che vorrei difendere, contro le due caricature opposte che dominano il dibattito. Da un lato l'identità rancorosa e impaurita, che ha bisogno di un nemico per esistere. Dall'altro lo sradicamento ideologico, che sogna individui senza storia e senza appartenenze, intercambiabili come pezzi di ricambio. Tra questi due estremi, c'è una terza via, la sola che mi convinca: un'identità sicura di sé e proprio per questo generosa.

Le radici non sono catene

Partiamo dall'immagine. Le radici, nell'uso comune, evocano qualcosa che tiene fermi, che lega a terra. Ma chi conosce un albero sa che è il contrario: le radici non imprigionano, nutrono. Sono ciò che permette alla pianta di crescere alta, di reggere il vento, di dare frutto. Un albero senza radici non è più libero, è solo morto.

Così è per le persone e per i popoli. La nostra identità è l'insieme delle cose che abbiamo ricevuto senza averle scelte e che ci hanno fatti come siamo: una lingua con la sua musica e le sue parole intraducibili, una storia con le sue glorie e le sue ferite, una fede che ha plasmato anche chi non crede, un paesaggio, una cucina, un modo di stare al mondo. Tutto questo non è una gabbia da cui evadere, ma il terreno da cui partire. Lo diceva bene una tradizione di pensiero a me cara: una società è un patto tra chi c'è, chi non c'è più e chi non è ancora nato. Recidere quel patto, illudersi di cominciare da zero a ogni generazione, non ci rende più liberi: ci rende soltanto più poveri e più soli, orfani di una storia che ci apparteneva. Pensiamo a quante cose, di noi, non abbiamo scelto eppure ci definiscono. La lingua in cui sogniamo e litighiamo. Le canzoni che ci commuovono senza che sappiamo spiegare perché. Il modo di apparecchiare la tavola per le feste, le parole di un dialetto che usavano i nonni, il santo del paese, la forma di una piazza. Sono cose piccole, in apparenza, eppure è di queste che è fatta l'anima di un popolo, molto più che dei grandi discorsi. Una nazione che smette di trasmetterle ai propri figli, che le considera roba vecchia da archiviare, non diventa più moderna: diventa semplicemente smemorata. E un popolo smemorato è un popolo facile da manovrare, perché chi non sa da dove viene non sa neppure difendersi da chi pretende di decidere al posto suo dove deve andare.

Chi non sa chi è, ha paura di tutto

Qui sta il cuore del mio ragionamento, e il paradosso che annunciavo. Si tende a pensare che chi ha una forte identità sia chiuso, e chi non ne ha sia aperto. La realtà, l'ho osservato mille volte, è esattamente rovesciata.

Una persona sicura di chi è incontra l'altro senza timore. Non si sente minacciata da una cultura diversa, da un'usanza nuova, da una domanda scomoda, perché ha un centro stabile da cui guardare il mondo. Può ascoltare, confrontarsi, persino lasciarsi cambiare in parte, senza per questo smarrirsi. Chi invece non sa più chi è, chi ha perso le proprie radici, vive in una insicurezza di fondo che lo rende fragile, e dunque pauroso. E la paura, si sa, produce due reazioni opposte e ugualmente sterili: o ci si dissolve, rincorrendo qualunque moda pur di sentirsi parte di qualcosa, oppure ci si arrocca, trasformando l'identità in un fortino rancoroso da difendere contro tutti.

L'identità sicura è generosa. L'identità spaventata diventa rancore. Per questo dico che il nemico dell'apertura non sono le radici, ma il loro contrario: lo sradicamento. Solo chi ha una casa può davvero ospitare; chi è senza casa, o teme di perderla, difficilmente apre la porta a qualcuno.

Un'eredità che ci precede

Quando parlo dell'identità italiana, non penso a nulla di etnico o di sanguigno, che sarebbe falso oltre che odioso. Penso a una grande eredità culturale e civile, sedimentata in secoli, fatta dell'incontro tra più radici: quella classica, greca e romana, con il suo senso del diritto e della misura; quella cristiana, che ha portato l'idea rivoluzionaria della dignità infinita di ogni persona; quella umanistica e poi moderna, con la sua passione per la bellezza e per la ragione. È un'eredità che ci precede e ci supera, e che non appartiene a un partito né a una confessione.

In particolare, non si può capire l'Italia, e l'Europa intera, ignorando il ruolo che il cristianesimo ha avuto nel plasmarne il volto. Lo dico da credente, ma lo direbbe onestamente anche un non credente che guardi alle nostre cattedrali, alla nostra arte, ai nostri ospedali, al nostro calendario, persino al nostro modo di intendere la persona e la coscienza. Riconoscere questa radice non significa imporre una fede a nessuno, in uno Stato che resta giustamente laico. Significa avere la lucidità di sapere da dove veniamo, perché solo chi conosce le proprie origini può decidere con libertà dove andare. Vergognarsi delle proprie radici è il modo più sicuro per non saperle né custodire né, all'occorrenza, criticare.

Va detto, anzi, che la nostra identità non è mai stata pura, e proprio in questo sta la sua grandezza. L'Italia è da sempre un crocevia, un ponte gettato nel mezzo del Mediterraneo. Sul nostro suolo si sono incontrati e mescolati popoli, lingue e religioni: greci e latini, longobardi e normanni, arabi e bizantini, e mille altri ancora. La nostra arte, la nostra cucina, le nostre città portano i segni di questi incontri. Chi sogna un'identità etnicamente pura non difende la nostra storia: la falsifica, perché la nostra storia è fatta di scambi e di contaminazioni feconde. Essere radicati, allora, non significa affatto essere chiusi od omogenei. Significa appartenere a una tradizione che ha saputo, nei suoi momenti migliori, accogliere e fare proprio ciò che riceveva, senza perdere se stessa. È questa capacità di integrare restando se stessi la cosa più preziosa che ci sia stata consegnata.

Non un museo, ma un cantiere

Vorrei sgombrare il campo da un altro equivoco, che riguarda da vicino la mia idea di conservatore riformista. Custodire un'identità non significa imbalsamarla, metterla sotto una teca come un reperto da non toccare. Un'identità viva non è un museo, è un cantiere sempre aperto. La tradizione, quella vera, non è la fede morta dei vivi, ma la fede viva di chi ci ha preceduto: qualcosa che si trasmette proprio cambiando, adattandosi, rispondendo a domande nuove con lo spirito di sempre. Il tradizionalismo, al contrario, è la caricatura imbalsamata della tradizione, l'attaccamento alla cenere invece che al fuoco. Io sto dalla parte del fuoco. Credo in un'identità che resta fedele a se stessa proprio perché ha il coraggio di rinnovarsi, di correggere ciò che nella nostra storia è stato ingiusto, di crescere senza rinnegarsi. Custodire e cambiare, ancora una volta, non sono nemici: sono il modo in cui ciò che è vivo continua a vivere.

L'identità non si costruisce contro qualcuno

E arrivo al punto che mi tiene più lontano da una certa retorica identitaria che non condivido. C'è chi pensa che per avere un noi serva sempre un loro da combattere, che l'identità si definisca per esclusione, contro un nemico. È una mentalità che rifiuto con tutte le mie forze, perché è falsa e perché è pericolosa.

Un'identità sana non ha bisogno di un capro espiatorio. Si fonda su ciò che ama, non su ciò che odia: su una lingua, una storia, dei valori condivisi, non sulla paura del diverso. La politica che ogni volta indica un nemico esterno per tenere unito il branco è una politica debole, che nasconde dietro il rumore la propria incapacità di costruire qualcosa. Io credo l'esatto contrario: che la nostra identità sia abbastanza forte e abbastanza ricca da non avere bisogno di nemici per esistere. Un popolo davvero sicuro di sé non si sente minacciato da chi arriva: lo guarda con la serena fiducia di chi sa di avere qualcosa di prezioso da offrire, oltre che da difendere.

Ospitalità con radici

Questo non significa, attenzione, ingenuità o buonismo. L'apertura di cui parlo non è la dissoluzione di ogni confine e di ogni regola, che genererebbe soltanto disordine e, alla fine, nuove paure. La via giusta, anche qui, è quella popolare e cristiana dell'ospitalità con radici: accogliere è un dovere, ma l'accoglienza vera è esigente, non indifferente.

Chi arriva e vuole far parte di una comunità è giusto che ne accetti le regole fondamentali, la lingua, il rispetto delle leggi e dei diritti di tutti, a cominciare da quelli delle donne. Non per umiliarlo, ma perché una comunità che non chiede nulla a chi accoglie non sta davvero accogliendo: sta solo creando mondi separati che convivono senza incontrarsi mai. Rifiuto perciò sia il rifiuto xenofobo, che chiude la porta in faccia al bisogno e tradisce ogni nostro valore, sia il multiculturalismo indifferente, che giustappone tribù estranee dentro lo stesso territorio e poi si stupisce dei conflitti. L'integrazione vera è un patto a due direzioni: chi accoglie offre dignità e opportunità reali, chi è accolto offre lealtà e rispetto verso la casa comune. È più difficile di entrambe le scorciatoie, ma è l'unica strada che funziona.

Il bene comune come bussola

In tutto questo, la mia bussola resta una sola: il bene comune. L'identità non è un fine in sé, da esibire o da idolatrare. È al servizio di qualcosa di più grande, cioè della possibilità per tutti, nativi e nuovi arrivati, credenti e non credenti, di vivere insieme in modo giusto e fecondo.

Per questo, quando penso a ciò che ci tiene uniti, guardo più a ciò che condividiamo che a ciò che ci divide. Penso alla Costituzione, con i suoi principi di libertà e di solidarietà. Penso alla lingua che ci permette di capirci. Penso ai doveri comuni, non solo ai diritti rivendicati. Penso al rispetto reciproco come grammatica minima della convivenza. Un'identità matura non chiede a tutti di pensarla allo stesso modo, di avere la stessa fede o le stesse idee. Chiede una cosa più semplice e più solida: di riconoscersi parte di una stessa comunità di destino, e di sentirsi responsabili gli uni degli altri. Devo però aggiungere un avvertimento, perché anche l'amore per la propria terra può ammalarsi. Quando l'identità smette di essere al servizio del bene comune e diventa un idolo, un assoluto a cui sacrificare tutto, allora degenera in nazionalismo, e il nazionalismo, lo insegna la storia del Novecento, ha prodotto alcune delle pagine più buie dell'umanità. La differenza è sottile ma decisiva: l'amore sano per la propria patria si chiama patriottismo ed è aperto, generoso, compatibile con il rispetto delle altre nazioni; la sua degenerazione si chiama nazionalismo ed è chiuso, aggressivo, costruito sul disprezzo dell'altro. Tenere la persona al centro, e il bene comune come bussola, è proprio ciò che impedisce all'identità di scivolare lungo questa china.

Custodire e aprire

Torno, per chiudere, all'immagine dell'albero. Le radici e i rami crescono nella stessa direzione, l'uno verso il basso e l'altro verso l'alto, ma sono la stessa pianta, e l'una non vive senza gli altri. Così è per un popolo: tanto più affonda le radici nella propria storia, tanto più può allargare i rami verso il mondo, senza spezzarsi.

È questa l'identità che mi piace, e che credo serva all'Italia di oggi: non quella impaurita che si rinchiude, e nemmeno quella smemorata che si dissolve, ma quella sicura e generosa che custodisce e apre nello stesso gesto. Un'identità che non ha paura del mondo perché sa bene chi è, e proprio per questo può guardare il futuro, e chiunque vi entri, non come una minaccia ma come una possibilità. Custodire le nostre radici e aprire i nostri rami: non c'è, mi pare, modo migliore per restare fedeli a noi stessi senza voltare le spalle al mondo.

Perché conta

Le radici servono quando non diventano recinto. Un'identità adulta non ha bisogno di chiudersi: sa da dove viene e per questo può incontrare il mondo senza smarrirsi.

Il nodo

Il nodo è distinguere identità e identitarismo. La prima dà forma alla libertà; il secondo la irrigidisce in paura.

Una strada possibile

Il bene comune nasce quando l'appartenenza si apre alla responsabilità: custodire lingua, luoghi, famiglia, tradizioni e insieme costruire ponti reali con chi arriva e con chi è diverso.

In fondo

Chi non ha radici viene trascinato. Chi ha solo radici non cammina. La sfida è restare fedeli e andare avanti.