Il lavoro italiano offre segnali incoraggianti, ma non consente celebrazioni frettolose. Il XXV Rapporto annuale dell’INPS, presentato il 9 luglio alla Camera, racconta una crescita dell’occupazione e della base assicurata insieme a fragilità che incidono sulla vita quotidiana: retribuzioni che nel medio periodo non hanno recuperato interamente l’aumento dei prezzi, differenze profonde tra uomini e donne, carriere discontinue, pensioni diseguali e un rapporto sempre più stretto tra servizi di cura e possibilità di lavorare.

Tra i numeri più eloquenti vi è la retribuzione lorda media annua effettiva dei dipendenti pubblici e privati considerati dal rapporto: 27.649 euro nel 2025, in aumento del 3,6 per cento sull’anno precedente e del 14,5 per cento sul 2019. Nello stesso periodo, tuttavia, i prezzi sono cresciuti in misura superiore, tra il 18,2 e il 20,5 per cento secondo gli indici richiamati dall’INPS. Il recupero dell’ultimo anno è dunque reale, ma parte da una perdita accumulata. Dire entrambe le cose è il solo modo serio di rispettare chi lavora.

Il rapporto registra inoltre 16,4 milioni di pensionati e una differenza media del 34 per cento tra le prestazioni ricevute dalle donne e quelle degli uomini. Non è un’anomalia isolata del sistema previdenziale: è il risultato differito di salari più bassi, part-time spesso involontario, interruzioni per la cura e minori opportunità di carriera. La pensione conserva la memoria di tutta la vita lavorativa. Per questo ogni disuguaglianza trascurata oggi presenta il conto tra decenni.

Il salario è dignità prima che statistica

L’aumento degli occupati è un bene. Il lavoro resta la principale via di autonomia della persona, di integrazione e di partecipazione alla vita comune. Ma un posto non vale l’altro se non permette di costruire un progetto, mantenere una famiglia, formarsi e affrontare un imprevisto. La discussione pubblica tende a separare quantità e qualità, come se occorresse scegliere. In realtà un’economia sana deve creare più lavoro e renderlo progressivamente migliore.

Il potere d’acquisto non si difende soltanto per decreto. Servono produttività, investimenti, contrattazione responsabile e una fiscalità che non punisca gli incrementi retributivi. Le imprese non possono distribuire ricchezza che non producono, ma una crescita costruita comprimendo indefinitamente il costo del lavoro è fragile e socialmente miope. Innovazione, organizzazione e competenze devono consentire salari più alti senza compromettere la competitività.

Anche i rinnovi contrattuali devono essere tempestivi. Un aumento riconosciuto dopo anni di attesa arriva quando una parte del suo valore è già stata erosa. Le parti sociali hanno il compito di trovare meccanismi capaci di reagire agli shock senza alimentare spirali inflazionistiche. Non è facile, ma il conflitto regolato e informato è preferibile alla retorica che promette tutto e non costruisce nulla.

Cura e occupazione non sono mondi separati

Uno dei risultati più utili del rapporto riguarda i servizi per l’infanzia. L’accesso al bonus asilo nido, secondo le analisi presentate, aumenta del 6 per cento la probabilità di occupazione delle madri. Il lavoro da remoto, dove davvero compatibile con la mansione e ben organizzato, può ridurre fortemente la penalizzazione professionale connessa alla nascita di un figlio. Questi dati mostrano che la natalità non si sostiene con appelli morali isolati: occorrono condizioni concrete.

La famiglia svolge una funzione sociale insostituibile, ma non può essere lasciata sola proprio mentre le si chiede di accogliere figli, assistere anziani e compensare servizi insufficienti. La sussidiarietà non significa scaricare i doveri pubblici sui parenti, quasi sempre sulle donne. Significa mettere famiglie, comuni, imprese, cooperative e associazioni in condizione di collaborare, con risorse, standard e responsabilità chiare.

Gli asili nido sono infrastrutture economiche oltre che educative. Devono essere accessibili, distribuiti sul territorio e aperti con orari compatibili con il lavoro reale. La qualità non va sacrificata alla sola quantità: i primi anni sono decisivi per i bambini e richiedono personale preparato. Investire nella cura crea occupazione, sostiene quella dei genitori e riduce le disuguaglianze di partenza.

Il lavoro agile merita lo stesso realismo. Può restituire tempo ed evitare spostamenti inutili, ma non deve diventare isolamento, disponibilità permanente o un modo per far coincidere nello stesso istante lavoro e cura. Servono obiettivi chiari, diritto alla disconnessione e fiducia reciproca. La flessibilità è buona quando aumenta la libertà concreta, non quando trasferisce ogni rischio sul lavoratore.

Giovani, immigrazione e patto previdenziale

La tenuta dell’INPS dipende da un patto tra generazioni: chi lavora finanzia le prestazioni correnti confidando che la comunità farà lo stesso domani. L’invecchiamento e la riduzione dei giovani rendono questo patto più difficile. Non basta spostare una soglia anagrafica o promettere pensioni senza indicare le risorse. Occorre allargare l’occupazione regolare, soprattutto di giovani e donne, e sostenere una crescita capace di alimentare contributi.

Il rapporto sottolinea anche il peso crescente dei lavoratori stranieri. La risposta civile non è né negare questo contributo né presentare l’immigrazione come rimedio automatico alla demografia. I flussi vanno governati sulla base dei fabbisogni, con formazione, legalità, lingua, sicurezza e integrazione. Il lavoro regolare è la prima scuola di appartenenza; il caporalato e l’irregolarità danneggiano insieme lo straniero, il lavoratore italiano e l’impresa corretta.

Merita attenzione anche l’aumento dei pensionati che continuano a lavorare, passati nelle forme osservate da circa 40 mila nel 2019 a quasi 158 mila nel 2023. Per alcuni è scelta e desiderio di restare attivi; per altri necessità economica. Una società matura valorizza l’esperienza senza costringere chi è stanco e senza chiudere spazi ai giovani. Tutoraggio, passaggi graduali e trasmissione delle competenze possono trasformare una tensione in cooperazione.

Il messaggio del Rapporto INPS è quindi più esigente di uno slogan. L’Italia ha creato lavoro, ma deve renderlo capace di sostenere una vita buona. Salari, produttività, servizi per l’infanzia, partecipazione femminile, integrazione e previdenza sono parti della stessa architettura. La politica responsabile non distribuisce ottimismo o paura: riconosce i progressi, misura i divari e costruisce istituzioni in cui il lavoro torni a essere promessa di autonomia e di futuro.

Fonti consultate