C'è una disputa che accompagna la politica da almeno un secolo, e che a mio giudizio è tra le più sterili: quella tra chi vede la soluzione di ogni problema in più Stato e chi la vede in più mercato. Da una parte gli statalisti, convinti che la mano pubblica debba dirigere l'economia; dall'altra i mercatisti, persuasi che basti lasciar fare al mercato e tutto si aggiusterà da sé. Sono due fedi opposte, e a me paiono entrambe delle ideologie, cioè delle mezze verità scambiate per verità intere. Perché la verità, come quasi sempre, non sta in un estremo o nell'altro, ma in una sintesi più alta e più difficile, che ha un nome preciso: economia sociale di mercato.
Non è una formula inventata da me, e non è nemmeno una via di mezzo timida tra due posizioni. È una precisa tradizione di pensiero, di ispirazione largamente cristiana, che ha ricostruito l'Europa dopo la guerra e che è persino scritta, come obiettivo, nei trattati dell'Unione. Vale la pena riscoprirla, perché offre una risposta seria a domande che oggi tornano attualissime.
Il mercato è un buon servitore e un pessimo padrone
Comincio col dire ciò che penso del mercato, per non essere frainteso. Il mercato è una cosa buona e preziosa. È il modo più efficiente che l'umanità abbia trovato per far incontrare bisogni e capacità, per premiare chi produce ciò che serve, per stimolare l'ingegno e l'innovazione. La libertà economica è una parte della libertà tout court, e ogni volta che è stata soppressa, dai regimi collettivisti, si è portata dietro anche la fine delle altre libertà. Su questo non ho dubbi, e mi separa nettamente da ogni socialismo.
E però il mercato ha un limite che i suoi adoratori fingono di non vedere. Lasciato completamente a se stesso, senza regole e senza un'anima, il mercato non produce automaticamente giustizia. Produce anche monopoli che soffocano la concorrenza, diseguaglianze che diventano insopportabili, sfruttamento di chi è più debole, esclusione di chi resta indietro. Il mercato sa creare ricchezza come nessun altro sistema, ma non sa, da solo, distribuirla in modo giusto né rispettare ciò che non ha prezzo. Ecco perché dico che il mercato è un ottimo servitore e un pessimo padrone. Al suo posto, dentro regole giuste, è una benedizione. Come idolo, come misura ultima di ogni cosa, diventa disumano. Il mercatismo, cioè la fede che il mercato risolva tutto e che tutto sia in vendita, è un'ideologia tanto quanto il suo opposto.
Lo Stato che soffoca
Ma guai a concludere, come fa la sinistra statalista, che allora la soluzione sia lo Stato che dirige tutto. Perché l'errore opposto non è meno grave. Uno Stato che pretende di pianificare l'economia, di sostituirsi all'iniziativa dei privati, di mettere le mani dappertutto, produce inefficienza, sprechi, e soprattutto soffoca quell'energia vitale che nasce solo dalla libertà di intraprendere.
Lo abbiamo visto e lo vediamo: dove lo Stato invade il campo dell'economia, spesso arrivano il clientelismo, la burocrazia, le imprese pubbliche gestite male e sostenute a spese dei contribuenti, la dipendenza al posto della responsabilità. E arriva, immancabile, un fisco esoso per pagare tutto questo. Lo statalismo, come il mercatismo, tratta gli uomini come pedine di un disegno astratto, e finisce per mortificarli. Rifiuto dunque anche questa strada. Non voglio uno Stato imprenditore che pretende di fare ciò che i privati farebbero meglio. Voglio uno Stato che faccia bene le poche, grandi cose che solo esso può fare.
La terza via: l'economia sociale di mercato
E qui sta il punto di equilibrio che difendo. L'economia sociale di mercato non è né lo Stato che comanda né il mercato senza regole. È un mercato libero e concorrenziale, che resta il motore della ricchezza, dentro una cornice di regole giuste e di solidarietà, garantita dallo Stato. Lo Stato, in questo modello, non è il giocatore che scende in campo e falsa la partita, ma l'arbitro che fa rispettare le regole perché la partita sia leale. Garantisce la concorrenza contro i monopoli, protegge i più deboli, assicura i beni comuni essenziali, ma non pretende di produrre lui la ricchezza al posto della società.
È il modello che ha reso possibile il miracolo economico europeo del dopoguerra, tenendo insieme cose che sembravano inconciliabili: libertà d'impresa e giustizia sociale, efficienza e solidarietà, sviluppo e coesione. Non a caso nasce da una cultura, quella dei democratici cristiani europei, che aveva ben chiare due verità complementari: che la persona ha bisogno di libertà per fiorire, e che la libertà senza solidarietà diventa legge del più forte. Libertà e solidarietà, di nuovo, non come nemiche ma come sorelle. Questa è la mia bussola economica, e la ritengo l'unica capace di conciliare ciò che c'è di vero tanto nelle ragioni del mercato quanto in quelle della giustizia sociale. Mi piace pensare al mercato come a un fiume. Un fiume che scorre libero è fonte di vita: irriga i campi, fa girare i mulini, porta ricchezza. Ma un fiume senza argini, prima o poi, esonda e distrugge tutto ciò che incontra. Gli argini non sono nemici del fiume: sono ciò che gli permette di restare una benedizione invece di diventare una calamità. Così sono le regole per il mercato. Non servono a fermarlo, né a incanalarlo dentro un piano statale, ma a impedire che, straripando, travolga i più deboli e la dignità delle persone. Chi ama davvero il mercato, come io lo amo, dovrebbe essere il primo a volere argini solidi, perché sono la condizione perché quella grande forza resti al servizio di tutti e non soltanto di pochi.
Un fisco amico di chi fa
Da questa visione discende, in modo diretto, la mia idea di fisco. E qui devo essere schietto: il nostro sistema fiscale, oggi, è quanto di più lontano si possa immaginare da un'economia sociale di mercato ben ordinata. È troppo pesante, troppo complicato, troppo instabile, e per giunta iniquo, perché grava soprattutto su chi non può nascondersi, cioè sui lavoratori dipendenti e sulle imprese oneste, mentre l'evasione dei furbi resta impunita.
Un buon fisco, invece, dovrebbe fare l'opposto: essere più leggero, più semplice, più stabile, e amico di chi lavora e di chi produce. Amico non vuol dire lassista: vuol dire che non tratta il contribuente onesto come un sospetto criminale, che non cambia le regole ogni sei mesi, che premia chi assume, chi investe, chi reinveste gli utili nell'azienda invece di portarli all'estero. Un fisco che alleggerisce il peso sul lavoro, quel cuneo che rende il lavoro caro per l'impresa e povero per il lavoratore, è un fisco che crea occupazione e dignità insieme. Abbassare le tasse su chi fa, e recuperare le risorse combattendo sul serio l'evasione e tagliando gli sprechi, non è un favore ai ricchi: è la premessa di un'economia più giusta e più vitale.
Le tasse non sono un furto, ma nemmeno una punizione
Voglio però prendere le distanze, con altrettanta chiarezza, da un certo slogan qualunquista secondo cui le tasse sarebbero sempre e comunque un furto. Non è così, e chi lo pensa non ha capito che cos'è una comunità. Le tasse sono il prezzo della civiltà: pagano le scuole dei nostri figli, gli ospedali che ci curano, le strade su cui camminiamo, la sicurezza che ci protegge. Pagarle, quando sono giuste, è un dovere di solidarietà, non un sopruso. Chi evade non ruba allo Stato astratto: ruba agli altri cittadini, scarica su di loro il peso che dovrebbe portare anche lui.
Detto questo, il patto fiscale ha due firme, non una. Il cittadino ha il dovere di pagare, ma lo Stato ha il dovere di chiedere il giusto e di spendere bene. Quando le tasse diventano confiscatorie, o quando vengono sperperate in sprechi, privilegi e inefficienze, quel patto si rompe, e la disaffezione dei cittadini diventa comprensibile. Per questo la battaglia per un fisco più leggero deve andare di pari passo con quella per una spesa pubblica più onesta ed efficiente. Non si può chiedere ai cittadini di pagare senza brontolare, se poi il loro denaro viene bruciato male. La nostra stessa Costituzione, all'articolo 53, indica la strada giusta: ciascuno concorre alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva, in un sistema informato a criteri di progressività. Chi ha di più contribuisca di più, è giusto; ma nessuno sia trattato come un suddito da spremere. Aggiungo una preoccupazione che sento forte: la difesa del ceto medio, quella parte di società fatta di lavoratori, professionisti, piccoli imprenditori, famiglie normali, che da anni viene lentamente schiacciata. È il ceto medio a reggere il peso maggiore delle imposte, perché è troppo benestante per accedere ai sostegni e troppo poco ricco per difendersi come i grandi patrimoni. Eppure è proprio quel ceto l'ossatura sociale del Paese, il luogo della responsabilità, del risparmio, dell'impegno quotidiano. Un fisco giusto non può continuare a trattarlo come il vaso di coccio tra vasi di ferro. Difendere il ceto medio, alleggerirne il carico, ridargli fiducia e prospettiva è una delle priorità di ogni politica economica che voglia davvero tenere insieme la società. Perché quando si sfalda il ceto medio, si incrina la stabilità stessa di una nazione.
Concorrenza sì, monopoli no
C'è un ultimo aspetto che voglio sottolineare, perché smaschera un equivoco. Chi difende davvero il mercato dovrebbe essere il primo nemico dei monopoli e delle rendite di posizione. Il mercatismo di comodo, quello dei grandi gruppi, ama la concorrenza a parole ma la teme nei fatti, e appena può costruisce posizioni dominanti per schiacciare i più piccoli e i nuovi arrivati. Un vero liberale, in economia, sa che il mercato libero non è affatto il mercato senza regole: è il mercato con le regole giuste, quelle che tengono aperta la competizione e impediscono ai grandi di divorare tutto.
Ecco perché uno Stato-arbitro forte è amico e non nemico del mercato: serve a garantire che la partita resti leale, che ci sia sempre spazio per chi vuole entrare con una buona idea, che le rendite non soffochino il merito. Difendere la concorrenza, colpire le posizioni dominanti, dare una chance a chi comincia: questa è politica economica sana, ed è esattamente il contrario sia dello statalismo che protegge i suoi carrozzoni, sia del mercatismo che protegge i suoi giganti.
Cosa fare, concretamente
E vengo, come sempre, alle proposte. Ridurre il peso fiscale e contributivo sul lavoro, per creare occupazione e alzare i salari netti. Semplificare drasticamente il sistema tributario e renderlo stabile, perché imprese e famiglie possano programmare. Premiare fiscalmente chi assume, chi investe e chi reinveste in Italia. Combattere l'evasione con strumenti moderni, colpendo i grandi evasori invece di vessare i piccoli contribuenti onesti. Tagliare gli sprechi e rendere efficiente la spesa pubblica, perché ogni euro chiesto ai cittadini sia speso con rispetto. Difendere la concorrenza contro monopoli e rendite. E mantenere una rete di protezione seria per chi è davvero in difficoltà, perché nessuno resti indietro. Sono misure che tengono insieme le due metà del nome: mercato ed economia sociale.
L'economia al servizio della persona
Concludo con il principio che dà senso a tutto il resto. L'economia non è un fine, è un mezzo. Non esiste per servire se stessa, né lo Stato, né il mercato: esiste per servire le persone e il bene comune. Un'economia che crea ricchezza calpestando la dignità degli uomini ha fallito il suo scopo, anche se i suoi numeri brillano. Un'economia che, in nome della giustizia, spegne la libertà e l'iniziativa, ha fallito allo stesso modo, perché condanna tutti alla povertà.
La via che indico, quella dell'economia sociale di mercato e di un fisco amico di chi fa, è più stretta e più faticosa delle scorciatoie ideologiche, ma è l'unica che rispetti insieme la libertà e la giustizia, il merito e la solidarietà. Né statalismo né mercatismo: un mercato libero dentro regole giuste, uno Stato forte nell'arbitrare e leggero nell'invadere, un fisco che premia chi lavora invece di punirlo. Custodire ciò che di buono c'è nel mercato, e riformare ciò che oggi lo rende ingiusto: anche l'economia, se la mettiamo al servizio della persona, può tornare a essere una cosa civile.
Perché conta
L'economia sociale di mercato è attuale perché rifiuta una scelta falsa: o lo Stato padrone o il mercato senza volto. Entrambi, se assolutizzati, tradiscono la persona.
Il nodo
Il nodo è costruire regole che liberino energia e correggano ingiustizie. Un mercato senza arbitro diventa dominio dei più forti; uno Stato invadente spegne iniziativa e responsabilità.
Una strada possibile
Un fisco amico di chi fa deve premiare lavoro, rischio, investimento e correttezza. Deve essere comprensibile, stabile e severo con i furbi, non ostile con gli onesti.
In fondo
La ricchezza non è nemica del bene comune quando nasce dal lavoro e torna a generare lavoro. Il problema non è il mercato: è dimenticare per chi deve esistere.