Leggo che, sulla scia dell'Australia, un numero crescente di Paesi ha introdotto o sta studiando limiti all'accesso dei minori alle piattaforme social, e che non tutti sono convinti che questi divieti servano davvero. La notizia è di quelle che passano in fretta, un video, una scheda, qualche riga di spiegazione. Eppure tocca una delle questioni più serie del nostro tempo, perché riguarda i ragazzi, cioè le persone a cui stiamo consegnando il mondo, e riguarda chi ha il compito di accompagnarli mentre crescono.

Un problema vero, non una moda

Diciamolo subito, senza giri di parole: il disagio che molti genitori avvertono davanti agli schermi non è isterismo, è osservazione. Chiunque abbia in casa un adolescente ha visto come funziona il meccanismo, la notifica che chiama, il pollice che scorre, il tempo che evapora. Le piattaforme non sono neutre, sono costruite per trattenere l'attenzione il più a lungo possibile, e su una mente ancora in formazione questo peso si sente. Non serve demonizzare la tecnologia per riconoscere che un tredicenne e un adulto non stanno, davanti allo stesso strumento, nella stessa condizione di libertà.

Per questo trovo comprensibile, e per certi versi sano, che gli Stati abbiano smesso di far finta di niente. Per anni la politica ha guardato altrove, lasciando che il mercato scrivesse da solo le regole di un ambiente in cui crescono milioni di ragazzi. Che finalmente si ponga un limite, che si dica con chiarezza che sotto una certa età certi spazi non sono adatti, è un atto di responsabilità pubblica. Il bene comune non è una parola astratta, è anche questo, proteggere i più fragili quando non possono proteggersi da soli.

Ma la legge da sola non educa

Detto questo, non mi convince chi presenta il divieto come la soluzione. Una norma può fissare una soglia, non può sostituire un rapporto. E qui sta il punto che mi sta più a cuore. Il rischio, quando lo Stato interviene, è che le famiglie tirino un sospiro di sollievo e deleghino, come se il problema fosse ormai in mani migliori. Sarebbe un errore. Nessun algoritmo di verifica dell'età, per quanto sofisticato, insegna a un ragazzo a usare bene il tempo, a distinguere una relazione vera da un like, a stare in silenzio senza sentirsi perduto. Questo lo insegna chi gli vuole bene, ogni giorno, con l'esempio prima che con le prediche.

La famiglia resta la prima società, il luogo dove si impara a stare al mondo. Un divieto calato dall'alto, se non è accompagnato da genitori presenti, da scuole che educano e non solo istruiscono, da comunità che offrono alternative concrete (uno sport, un oratorio, un gruppo, un mestiere da imparare), diventa una gabbia che i ragazzi impareranno presto ad aggirare. E la aggireranno, perché a quindici anni si trova sempre il modo. La domanda giusta non è soltanto come tenerli fuori dai social, ma dentro che cosa vogliamo tenerli.

Sussidiarietà, cioè ciascuno al suo posto

Mi pare che la strada saggia sia quella della sussidiarietà, un principio antico e concretissimo. Lo Stato faccia la sua parte, che è quella di fissare cornici, chiedere trasparenza alle piattaforme, pretendere che chi progetta questi strumenti si assuma le proprie responsabilità invece di scaricarle sui genitori. Ma non pretenda di fare tutto, perché ciò che può essere fatto dal livello più vicino alla persona è bene che resti lì. Alla famiglia il compito educativo, che nessuno può toglierle senza impoverirla. Alla scuola e alle realtà del territorio il compito di offrire luoghi dove crescere davvero. Alle imprese del settore, aggiungo, il dovere di non nascondersi dietro il paravento della libertà del mercato quando in gioco c'è la salute di chi ha tredici anni.

C'è poi una questione di misura, e la dico con franchezza. Diffido tanto di chi agita la nostalgia di un mondo senza schermi, che non tornerà, quanto di chi affida ogni speranza a una tecnocrazia di controlli e verifiche automatiche, fredda e senz'anima. La verità sta nel mezzo e costa fatica: servono regole ragionevoli e insieme adulti che ci mettano la faccia. Le due cose non si escludono, si tengono per mano.

Il punto che resta

La notizia che i divieti si moltiplicano, e che se ne discute l'efficacia, è dunque un'occasione buona per non chiudere la questione troppo in fretta. Un limite serve, e va salutato come un passo avanti. Ma se pensiamo di aver risolto il problema dei nostri figli con una legge, ci illudiamo. I ragazzi non hanno bisogno soltanto di essere protetti da qualcosa, hanno bisogno di essere accompagnati verso qualcosa. Questo compito non si delega, non si automatizza, non si esaurisce in un divieto. Resta, come è sempre stato, nelle mani di chi c'è, ogni giorno, e sceglie di esserci.

Fonte della notizia: ANSA.

Perché conta

Il rapporto tra minori e social non si risolve con una formula semplice, perché riguarda educazione, mercato dell'attenzione, famiglia, scuola e responsabilità delle piattaforme.

Il nodo

Il nodo è che il divieto può proteggere, ma non educa da solo. Se togliamo uno schermo senza costruire alternative, il problema si sposta soltanto.

Una strada possibile

Servono limiti di età credibili, controlli reali, educazione digitale, responsabilità dei genitori e piattaforme meno aggressive verso i più piccoli. La libertà dei minori va accompagnata, non lasciata sola.

In fondo

Proteggere un ragazzo non significa chiuderlo fuori dal tempo in cui vive. Significa dargli strumenti per abitarlo senza esserne divorato.