Due voci nello stesso giorno

Gli Stati Uniti compiono duecentocinquant'anni, e li festeggiano con due voci che sembrano tirare in direzioni opposte. Dal Mount Rushmore, davanti ai volti scolpiti dei padri fondatori, il presidente Trump ha rivendicato l'identità americana e la sua Costituzione, avvertendo che quell'identità sarebbe "sotto un nuovo attacco" interno. Poche ore prima, alla vigilia della festa, un altro americano, Papa Leone, nato a Chicago, ha ricordato al suo Paese di essere una nazione "plasmata dagli immigrati", e ha scelto di passare il 4 luglio non a casa, negli Stati Uniti, ma a Lampedusa, l'isola degli sbarchi (lo riferisce l'ANSA). Difesa delle radici da una parte, memoria di chi quelle radici le ha costruite arrivando dall'altra. A prima vista, due mondi lontani. A me pare, invece, che parlino della stessa cosa, guardata da due lati.

Le radici non sono un museo

Comincio da una convinzione che non nascondo: le radici contano. Un popolo che dimentica da dove viene si perde, e difendere una tradizione, una lingua, un patto costituzionale non è un peccato, è un dovere. Su questo il richiamo che arriva dalla festa americana ha una sua verità, e sarebbe ingeneroso liquidarlo come semplice nostalgia. Il punto, semmai, è un altro. Le radici servono a reggere l'albero e a portare frutto, non a essere messe sotto vetro. I padri fondatori che oggi si onorano non furono custodi di un museo, furono uomini che costruirono qualcosa di nuovo, spesso partendo da poco e rischiando molto. Difendere l'identità, se vuol dire tenere viva quella capacità di costruire, è cosa buona e giusta. Se invece diventa il sogno di un passato puro che non è mai esistito, si rovescia nel suo contrario: un guscio duro fuori e vuoto dentro, difeso con asprezza proprio perché non vi cresce più nulla. Il conservatore serio lo sa, si conserva ciò che è vivo, non ciò che è morto.

L'accoglienza è una cosa seria

Sull'altro versante vale un discorso simmetrico, e per me altrettanto necessario. Il vescovo che attende il Papa a Lampedusa ha usato una formula che condivido: l'accoglienza "è una faccenda seria". Seria vuol dire tutto tranne che uno slogan. La grandezza di una comunità, ha ricordato il Papa, si misura anzitutto sulla capacità di proteggere i più deboli, e questo è il cuore cristiano e popolare a cui tengo di più. Ma la serietà è una parola esigente, e taglia da tutte e due le parti. Accogliere senza lavoro, senza regole, senza un cammino vero di integrazione non è accoglienza, è abbandono travestito da buoni sentimenti. E però chiudere senza umanità, trattare chi arriva soltanto come un nemico da respingere, tradisce esattamente quelle radici che si dice di voler difendere, perché quelle radici, in America come da noi, sono fatte anche di gente che un giorno è arrivata con poco in tasca. Rifiuto l'ideologia che scioglie ogni confine come se non contasse niente, e rifiuto con la stessa fermezza quella che riduce la persona che bussa alla porta a una minaccia. Al centro, per me, resta sempre la persona in carne e ossa, mai l'astrazione.

Quello che vale anche per noi

Sarebbe comodo pensare che tutto questo riguardi l'America e basta. Non è così. Noi italiani, poi, dovremmo saperlo meglio di altri. Per generazioni siamo stati noi a partire, con la valigia di cartone, verso l'America che oggi festeggia, verso le miniere del Belgio, le fabbriche della Germania. I nostri nonni sono stati gli immigrati di qualcun altro, spesso guardati con lo stesso sospetto che oggi rischiamo di riservare a chi sbarca. Non è un argomento per abbassare ogni difesa, è un richiamo alla misura: chi ha conosciuto la fatica di essere accolto dovrebbe saper accogliere con più intelligenza, senza ingenuità e senza durezza. La stessa domanda bussa alle nostre città e ai nostri paesi, ai borghi che si spopolano e alle piccole imprese che cercano braccia e non le trovano. La risposta seria non sta nella tecnocrazia che governa i flussi come numeri su un foglio, né nella retorica che agita la paura per raccogliere consenso. Sta nelle cose concrete che conosciamo: la famiglia come prima società, la sussidiarietà che fa lavorare insieme parrocchie, scuole, associazioni e imprese del territorio, il lavoro che dà dignità e trasforma chi arriva in un vicino di casa e non in un problema da gestire. Una comunità tiene insieme la sua forma e la sua anima a una condizione sola: non imbalsamarsi nel passato e non dissolversi nel nulla. Il 4 luglio americano, con le sue due voci, ci ricorda che difendere le radici e custodire i più fragili non sono programmi rivali. Sono, a ben vedere, la stessa fedeltà. E la buona politica, quella che mi interessa, è l'arte paziente di tenerle insieme.

Fonte della notizia: ANSA.

Perché conta

Ogni festa nazionale racconta il rapporto tra memoria e appartenenza. Anche quando parla di un altro Paese, ci costringe a chiederci che cosa significhi sentirsi parte di una comunità.

Il nodo

Il nodo è che le radici non dovrebbero diventare barriera, ma neppure dissolversi in indifferenza. Chi arriva può integrarsi davvero solo in una comunità che sa cosa offre e cosa chiede.

Una strada possibile

Servono lingua, lavoro, scuola, regole chiare, rispetto della storia comune e percorsi di partecipazione. L'integrazione non è automatica: è un patto esigente.

In fondo

Una casa accoglie meglio quando ha fondamenta solide. Senza radici, l'apertura diventa confusione; senza apertura, le radici diventano paura.