Un rincaro annunciato
Era scritto, e infatti è arrivato puntuale. Con la fine dello sconto sulle accise, i prezzi dei carburanti sono tornati a salire, e il gasolio al self in autostrada ha superato i due euro al litro, con la benzina che gli tallona da vicino (lo riferisce l'ANSA, citando i dati del Mimit). Sulla rete ordinaria il rincaro è più contenuto ma va nella stessa direzione. Il Codacons ha fatto due conti semplici, senza bisogno di ideologia: solo sui rifornimenti stradali e autostradali, la fine dello sconto costerà agli automobilisti italiani circa 1,4 miliardi di euro in un anno, quasi quattro milioni al giorno. Nel frattempo, e questo è il dettaglio che dà fastidio, il prezzo del petrolio ha fatto il percorso opposto: dai centoventi dollari al barile di aprile è sceso sotto i settanta. Il colpevole, quindi, non è il mercato internazionale. È una scelta di bilancio, legittima quanto si vuole, ma che andrebbe chiamata con il suo nome e non nascosta dietro l'andamento del greggio.
Su questo punto è nata anche una polemica politica, con un senatore di maggioranza che ha liquidato le cifre del Codacons come un "colpo di sole" e l'associazione dei consumatori che ha replicato a muso duro. Confesso che questo genere di scambio mi interessa poco. Non perché il tema non conti, conta eccome, ma perché la battuta ad effetto sostituisce quasi sempre l'argomento serio, e lascia il cittadino esattamente al punto di partenza, con il pieno più caro e nessuna risposta sul perché non si sia scelta una strada diversa.
Non è il petrolio, è il metodo
Il problema di fondo, a mio parere, non è se lo sconto sulle accise dovesse restare per sempre. Nessuna misura temporanea può restare per sempre, e chi lo pretende non fa un discorso serio. Il problema è il metodo con cui si costruisce e si smonta una misura del genere: annunciata come sollievo, prorogata a singhiozzo, e poi tolta di colpo in un momento, l'estate, in cui gli spostamenti aumentano e le famiglie fanno più chilometri. Una politica fiscale pensata per durare avrebbe dovuto accompagnare la fine dello sconto con un percorso graduale, magari legato proprio all'andamento del prezzo del greggio, così che il cittadino potesse programmare la propria spesa invece di scoprirla da un giorno all'altro al distributore. Invece si è scelta la strada del bonus acceso e spento come un interruttore, che è la forma più fragile di intervento pubblico: costa caro quando c'è, lascia il vuoto quando finisce, e non cambia nulla della struttura del prelievo.
Qui vengo a una convinzione che ripeto spesso e che non è di destra né di sinistra, è semplicemente pragmatica: le tasse sui carburanti in Italia sono da tempo un caso di stratificazione storica più che di disegno razionale, accise nate per finanziare guerre e alluvioni di decenni fa e mai più riviste nella sostanza. Un vero riformismo non urla contro le accise come fossero un'ingiustizia improvvisa, ma ne propone una revisione strutturale, magari spalmata su più anni e coperta da un contenimento reale della spesa pubblica altrove. Tutto il resto, tagli temporanei annunciati e poi tolti, è comunicazione travestita da politica economica.
Chi porta il peso, famiglie e piccola impresa
Chi paga, in concreto, non è un'entità astratta chiamata "automobilista". Sono le famiglie che d'estate caricano la macchina per andare al mare o dai nonni, e per cui ogni pieno in più pesa sul bilancio di luglio. Sono gli artigiani e i piccoli imprenditori dei territori meno serviti dal trasporto pubblico, per i quali l'auto o il furgone non sono un lusso ma lo strumento di lavoro quotidiano. Sono gli autotrasportatori, categoria già stretta tra margini sottili e concorrenza internazionale, per cui ogni centesimo sul gasolio si scarica quasi subito sul prezzo finale di ciò che trasportano, cioè su tutti noi. La piccola e media impresa, che tengo per convinzione tra i temi più cari a una visione conservatrice e riformista insieme, non chiede sconti eterni. Chiede regole stabili, e su questo un aumento repentino e non annunciato con chiarezza è l'esatto contrario di ciò di cui avrebbe bisogno per programmare i propri costi.
Buon governo vuol dire prevedibilità
Il bene comune, quando si parla di fisco, si misura soprattutto sulla prevedibilità. Una famiglia e una piccola impresa possono sopportare un carico fiscale anche pesante, se sanno con ragionevole certezza quale sarà tra sei mesi. Quello che le logora è l'incertezza, il bonus che arriva e sparisce, l'annuncio smentito dai fatti nel giro di una settimana. La sussidiarietà che mi sta a cuore non riguarda soltanto chi fa cosa tra Stato, territori e corpi intermedi, riguarda anche la capacità dello Stato di lasciare alle famiglie e alle imprese lo spazio per decidere e programmare, invece di tenerle in perenne attesa della prossima misura tampone. Su questo episodio del gasolio non c'è una parte politica da assolvere e un'altra da condannare, c'è un metodo di governo da cambiare, verso una politica fiscale che dica la verità in anticipo, e che scelga la riforma strutturale invece della toppa stagionale. È una richiesta minima, ma proprio per questo, credo, quella più urgente.
Fonte della notizia: ANSA.
Perché conta
Le accise sembrano materia tecnica finché non entrano nei prezzi. Carburanti, trasporti, consegne e bollette si riflettono poi sui conti delle famiglie e sui margini delle piccole imprese.
Il nodo
Il nodo è la fiducia fiscale. Quando le imposte vengono presentate come temporanee e poi restano, il cittadino percepisce lo Stato come un soggetto che chiede molto e spiega poco.
Una strada possibile
Serve trasparenza: dire a cosa servono le entrate, ridurre sprechi, proteggere chi lavora e chi produce, evitare che ogni emergenza diventi una tassa permanente.
In fondo
Un fisco giusto non si misura solo da quanto incassa, ma da quanto riesce a restare credibile agli occhi di chi paga.