C'è una parola che considero la più importante e, insieme, la meno capita del nostro vocabolario civile. È una parola goffa, difficile da pronunciare e ancora più difficile da spiegare in un comizio: sussidiarietà. Eppure dietro questo termine ostico si nasconde l'idea più semplice e più decisiva che conosca per tenere insieme libertà e responsabilità, Stato e società, autorità e persona. Provo a spiegarla come la spiegherei a un amico seduto al bar, perché sono convinto che le idee importanti, se non si riescono a dire in modo semplice, o non le abbiamo capite davvero noi per primi, oppure le stiamo usando per nascondere qualcosa.

Una parola difficile, un'idea semplice

Cominciamo dalla definizione, perché ragionare senza definire le parole è il modo più sicuro per litigare a vuoto. La sussidiarietà dice una cosa sola: ogni bisogno va affrontato al livello più vicino possibile alla persona, e l'autorità più grande deve intervenire soltanto quando quella più piccola non ce la fa. E quando interviene, deve farlo per aiutare, non per sostituire. Il nome stesso lo rivela: viene dal latino subsidium, che significa aiuto, soccorso, la riserva che accorre quando la prima linea è in difficoltà. Lo Stato, in questa visione, è come una riserva preziosa e necessaria, che entra in campo quando serve davvero, non che gioca la partita al posto di tutti gli altri.

Ci sono due direzioni in cui questa idea si muove, ed è bene tenerle distinte. C'è una sussidiarietà verticale, che riguarda i livelli delle istituzioni: ciò che può fare bene il Comune non lo faccia la Regione, ciò che può fare la Regione non lo accentri lo Stato, ciò che può fare lo Stato non lo deleghi a un'autorità lontana e sovranazionale. E c'è una sussidiarietà orizzontale, forse ancora più importante, che riguarda il rapporto tra il pubblico e la società viva: ciò che sanno fare bene le persone, le famiglie, le associazioni, le imprese, lo Stato non lo tolga loro di mano, ma lo riconosca, lo sostenga, lo lasci fiorire.

Né lo Stato che fa tutto, né lo Stato che abbandona

La forza di questo principio è che taglia di netto la disputa più stanca della politica, quella tra chi vuole più Stato e chi ne vuole meno. La sussidiarietà risponde che la domanda è mal posta. Non si tratta di quantità, ma di posizione: lo Stato non deve essere più grande o più piccolo, deve stare al posto giusto.

Da una parte c'è l'errore dello statalismo, l'idea che lo Stato debba occuparsi di tutto, organizzare tutto, decidere tutto dall'alto. È una mentalità che parte spesso da buone intenzioni e arriva quasi sempre a un esito soffocante. Quando lo Stato pretende di fare ciò che la società saprebbe fare meglio, non aiuta: ingombra. Mortifica l'iniziativa, spegne la responsabilità, abitua le persone ad aspettare che qualcun altro risolva. Una comunità a cui viene tolto ogni compito finisce per perdere la capacità stessa di prendersene.

Dall'altra parte c'è l'errore opposto e speculare, quello di un certo liberismo che dello Stato vorrebbe fare a meno, e che dietro la parola libertà nasconde a volte l'abbandono dei più deboli. Lasciare tutto al mercato e all'individuo significa dimenticare che non tutti partono dallo stesso punto, e che esistono bisogni a cui la sola legge del più forte non risponderà mai. La sussidiarietà rifiuta anche questo. Non è l'alibi di chi si volta dall'altra parte. È, al contrario, un principio esigente, che chiede a ciascuno di fare la propria parte: alla persona e alla società di non delegare tutto, allo Stato di non abbandonare nessuno.

Da dove viene un'idea così

Non è un'invenzione recente, né una bandiera di parte. La sussidiarietà ha radici profonde nella dottrina sociale di ispirazione cristiana, che la elaborò con chiarezza già nella prima metà del Novecento, in anni in cui il mondo sembrava costretto a scegliere tra due collettivismi opposti, quello comunista e quello fascista, entrambi convinti che lo Stato dovesse assorbire la persona. A quella pretesa la dottrina sociale rispose con una formula che resta attualissima: l'autorità superiore non deve attrarre a sé ciò che le comunità più piccole possono fare da sole, perché così facendo non le serve, le indebolisce.

È la stessa intuizione che animò il popolarismo di don Sturzo, una tradizione che sentì la libertà e la comunità come due valori da tenere insieme, mai da sacrificare l'uno all'altro. Una terza via, si potrebbe dire, tra chi voleva tutto pubblico e chi voleva tutto privato: la via di una società ricca di corpi intermedi, di legami, di iniziativa dal basso, dentro la quale lo Stato fa da garante e da sostegno, non da padrone. Mi riconosco in pieno in questa eredità, perché mi pare l'unica capace di difendere insieme la dignità della persona e il dovere della solidarietà.

La società che sa fare

Veniamo alla parte che mi sta più a cuore, la sussidiarietà orizzontale, perché è quella che vediamo all'opera ogni giorno, anche se quasi nessuno la chiama con il suo nome. Pensiamo a tutto ciò che, nel nostro Paese, funziona grazie a persone che non aspettano lo Stato. Il volontariato che assiste i malati e gli anziani. Le associazioni che seguono i ragazzi nei quartieri difficili. Le cooperative sociali che danno lavoro a chi nessuno assumerebbe. Le parrocchie e gli oratori che da generazioni tengono insieme comunità intere. Le società di mutuo soccorso, le pro loco, le squadre di paese. È un'Italia immensa e silenziosa, che produce un bene comune enorme e che lo Stato, da solo, non saprebbe mai replicare.

La sussidiarietà chiede una cosa semplice nei confronti di questo mondo: riconoscerlo e sostenerlo, invece di soffocarlo. Troppo spesso, al contrario, la mano pubblica tratta la società civile con sospetto, la sommerge di burocrazia, la considera una concorrente da controllare anziché una risorsa da valorizzare. È un errore grave. Una buona politica fa l'opposto: semplifica la vita a chi fa del bene, alleggerisce gli adempimenti per le associazioni, dà fiducia al terzo settore, costruisce ponti invece di muri. Perché ciò che nasce dal basso, dalla libera iniziativa delle persone, ha quasi sempre un calore e una vicinanza che nessun ufficio potrà mai avere.

Vorrei aggiungere che questa capacità di fare non riguarda soltanto il sociale in senso stretto. Pensiamo al tessuto delle piccole imprese, degli artigiani, delle cooperative: anche lì opera, senza saperlo, la sussidiarietà. È gente che crea valore e lavoro senza che nessuno glielo ordini dall'alto, spesso nonostante lo Stato più che grazie a esso. Una politica sussidiaria guarda a questo mondo con rispetto e gratitudine, non con il sospetto del controllore. Gli sgombra la strada, riduce i lacci, premia chi rischia e chi assume. Perché il primo welfare, quello più dignitoso, resta un lavoro vero, e il lavoro nasce quasi sempre dall'iniziativa di qualcuno che ha avuto il coraggio di provarci. Sostenere chi fa, invece di pretendere di fare al suo posto: anche questa è sussidiarietà.

Vicino a chi decide

L'altra faccia è la sussidiarietà verticale, e qui il discorso si fa istituzionale ma non meno concreto. Significa portare le decisioni il più vicino possibile a chi ne subisce gli effetti. Un sindaco che incontra i suoi cittadini per strada conosce i problemi del suo paese meglio di qualunque funzionario lontano. Avvicinare la decisione alla vita la rende più responsabile, perché chi decide deve poi guardare in faccia chi ha deciso.

Ma qui aggiungo subito un avvertimento, perché la sussidiarietà senza il suo necessario contrappeso diventa un'arma a doppio taglio. Avvicinare le decisioni non deve mai significare abbandonare i territori più deboli al loro destino. La sussidiarietà cammina sempre insieme alla solidarietà: l'autonomia di chi è forte non può tradursi nell'abbandono di chi è fragile. Un'Italia in cui le aree ricche tengono tutto per sé e quelle povere sprofondano non è un'Italia sussidiaria, è un'Italia ingiusta. Il principio giusto è dare a ciascuno la responsabilità di ciò che sa gestire, garantendo a tutti, ovunque vivano, gli stessi diritti fondamentali.

C'è poi una ragione molto umana per avvicinare le decisioni, ed è la frustrazione quotidiana di chi si scontra con un potere lontano e anonimo. Tutti abbiamo provato l'impotenza di fronte a un ufficio che decide della nostra vita senza conoscerci, a una norma scritta chissà dove da chissà chi, a una pratica che rimbalza tra sportelli che non si parlano. Quella distanza non è soltanto un fastidio: è una ferita alla fiducia tra cittadino e istituzioni. Più il potere è lontano, più diventa freddo, e più le persone si sentono comandate anziché rappresentate. Riportare le decisioni vicino alla gente è anche un modo per ricucire questo strappo, per restituire al cittadino la sensazione, oggi spesso smarrita, di contare qualcosa.

Una scuola di responsabilità

C'è un aspetto della sussidiarietà che mi sta particolarmente a cuore, e che di solito si trascura. Questo principio non è soltanto un criterio per organizzare i poteri: è una vera e propria scuola di responsabilità. Quando alle persone e alle comunità viene affidato un compito reale, esse imparano a prendersene cura, crescono, maturano. Quando invece tutto viene deciso e gestito altrove, accade l'opposto: ci si disabitua, ci si deresponsabilizza, si finisce per aspettare e per lamentarsi. Una società trattata come eternamente minorenne resterà minorenne. Una società a cui si dà fiducia, e con la fiducia anche la possibilità di sbagliare, diventa adulta. La sussidiarietà, in questo senso, è il contrario del paternalismo: non considera i cittadini bambini da accudire, ma adulti da rispettare. La difendo anche per questo, perché credo che il compito più alto della buona politica non sia comandare le persone, ma renderle capaci di governarsi.

Non è un alibi per tagliare

Devo essere franco su un punto, perché conosco l'uso distorto che a volte si fa di questa parola. La sussidiarietà non è, e non deve mai diventare, l'alibi elegante con cui lo Stato scarica sulle spalle dei cittadini i propri doveri e taglia i servizi chiamandolo virtù. Dire alle famiglie e al volontariato di arrangiarsi, togliendo loro le risorse, e poi spacciare questo abbandono per sussidiarietà, è un inganno che rifiuto con nettezza.

La sussidiarietà vera è esattamente il contrario: chiede allo Stato di fare meglio la sua parte, non di sparire. Gli chiede di garantire le risorse, di assicurare i livelli essenziali dei servizi su tutto il territorio, di intervenire con forza dove la società da sola non arriva. Aiutare senza sostituire vuol dire proprio questo: esserci quando serve, con serietà, e farsi da parte quando altri possono fare meglio. È un equilibrio difficile, che richiede misura e onestà, non scorciatoie.

Cosa significa, in pratica

Tutto questo si traduce in scelte molto terrene. Significa un fisco che premia, e non penalizza, chi produce welfare dal basso: le famiglie che si fanno carico di un anziano, le imprese che sostengono il territorio, le associazioni che colmano i vuoti. Significa una drastica semplificazione delle regole per il terzo settore, perché chi vuole fare del bene non debba annegare nelle scartoffie. Significa autonomia responsabile per i Comuni, con risorse certe e con la solidarietà nazionale a sostegno di quelli più poveri. Significa, in una parola, uno Stato che si fida dei suoi cittadini, invece di trattarli come sudditi incapaci.

Aggiungo un esempio che vale più di tante teorie. Quando un'associazione di volontari vuole aprire un doposcuola per i ragazzi di un quartiere difficile, troppo spesso deve affrontare mesi di permessi, moduli e controlli, come se volesse aprire chissà quale impianto pericoloso. Ecco, una pubblica amministrazione sussidiaria fa l'esatto contrario: accompagna quei volontari, semplifica, cerca il modo di dire di sì invece di accumulare ragioni per dire di no. Non perché le regole non servano, ma perché esistono per proteggere le persone, non per scoraggiare chi vuole fare del bene. La differenza tra uno Stato amico e uno Stato ostile, alla fine, si misura tutta in queste piccole cose quotidiane, molto più che nei grandi proclami.

Lo Stato come alleato, non come padrone

Concludo tornando all'immagine da cui sono partito, quella della riserva che accorre in aiuto. Io sogno uno Stato così: forte dove deve esserlo, leggero dove può, sempre alleato e mai padrone della società che governa. Uno Stato che non ha paura della libertà dei suoi cittadini, ma la considera la sua più grande risorsa. La sussidiarietà, in fondo, è solo un altro nome della fiducia: fiducia nella capacità delle persone di prendersi cura le une delle altre, quando vengono messe nelle condizioni di farlo. Custodire questa fiducia, e riformare tutto ciò che oggi la mortifica, è uno dei compiti più importanti che ci attendono. Perché un popolo che si fida di sé stesso è un popolo che, davvero, non ha bisogno di essere comandato. Ha bisogno, semmai, soltanto di essere aiutato.

Perché conta

La sussidiarietà è importante perché risponde a una domanda concreta: chi è più vicino al bisogno e chi può rispondervi meglio?

Il nodo

Il nodo è evitare due errori: uno Stato che occupa tutto e una società lasciata sola. Entrambi tradiscono la persona, il primo soffocandola, il secondo abbandonandola.

Una strada possibile

La strada è uno Stato che abilita: sostiene famiglie, comuni, associazioni, imprese sociali e corpi intermedi, controllando con serietà ma senza sospetto permanente.

In fondo

Aiutare senza sostituire è una forma alta di rispetto. Significa credere che le persone non siano utenti passivi, ma soggetti capaci.