Ci sono notizie che passano in fretta, schiacciate tra un mondiale di calcio e i bollettini di guerra, e che invece dovremmo fermarci a guardare con più attenzione. Una di queste è arrivata ieri: è operativo il contratto nazionale del comparto Istruzione e Ricerca per il triennio 2025-2027. Riguarda circa un milione e duecentomila persone, quasi un terzo di tutto il personale pubblico. Aumenti strutturali in media di 137 euro al mese sull'intero comparto, arretrati che in alcuni casi arrivano oltre i mille euro, e la promessa che tutto questo, arretrati compresi, sarà pagato già nel corso dell'estate. Non è poco. E non è, come troppo spesso capita in Italia, una cifra scritta oggi da incassare chissà quando.
Un fatto prima di un giudizio
Mi interessa partire dai numeri, perché i numeri, quando riguardano una busta paga, non sono astrazioni. Per i docenti l'aumento medio dichiarato è di 143 euro, per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, gli Ata, di 107. Gli arretrati stimati vanno dai 633 euro di alcune figure fino ai 1.253 del personale degli enti di ricerca. Il contratto, hanno spiegato dall'Aran, l'agenzia che tratta per la parte pubblica, è stato aperto e chiuso in soli tre incontri. Il presidente Naddeo lo ha definito un fatto senza precedenti, e il ministro della Pubblica Amministrazione Zangrillo ha messo l'accento non tanto sulla cifra quanto sul metodo: rinnovare i contratti nei tempi previsti, ha detto, è possibile.
Ecco, se c'è una cosa che merita un applauso pacato, è proprio questa. Per anni ci siamo abituati a contratti pubblici rinnovati con ritardi di quattro, cinque, sei anni, con lavoratori costretti a inseguire aumenti già erosi dall'inflazione prima ancora di riceverli. Chiudere una trattativa nei tempi giusti non è un miracolo, è semplicemente buon governo. E il buon governo, quando c'è, va riconosciuto a chi lo fa, da qualunque parte venga. Non tutto ciò che funziona deve piacerci per forza, ma va detto quando funziona.
Il merito che ancora manca alle parole
Il ministero, oggi, si chiama dell'Istruzione e del Merito. È una parola che porto nel cuore, perché il merito è il contrario del privilegio e della raccomandazione, ed è la sola strada per cui il figlio di un operaio possa arrivare dove lo portano il suo talento e la sua fatica, non il cognome di suo padre. Ma il merito, se resta uno slogan sulla carta intestata, non cambia la vita di nessuno.
Un aumento uguale per tutti, giusto e doveroso come recupero del potere d'acquisto, non è ancora riconoscimento del merito. Riconoscere il merito significa qualcosa di più difficile e più scomodo: distinguere. Significa che l'insegnante che si aggiorna, che resta a scuola il pomeriggio, che accompagna il ragazzo fragile e non molla la classe difficile, deve poter vedere qualcosa in più di chi timbra e se ne va. So bene quanto questo tema sia delicato nel mondo della scuola, dove la parola valutazione fa venire l'orticaria a molti. Ma senza un modo serio, condiviso e trasparente di valorizzare chi si spende davvero, il merito rischia di rimanere un'insegna sopra la porta e nulla più. La parte normativa del contratto è ancora in discussione: è lì che si vedrà se il merito ha un contenuto o è solo un titolo.
Chi tiene in piedi una comunità
C'è poi una ragione più profonda per cui questa notizia mi sta a cuore. La scuola non è un'azienda che produce diplomi, è una comunità, la prima grande comunità che il bambino incontra dopo la famiglia. Entra in una classe che qualcuno gli ha preparato, incontra adulti che non sono i suoi genitori e impara che il mondo è più largo della sua casa. Chi tiene in piedi quella comunità sono le persone: gli insegnanti, certo, ma anche il personale amministrativo, i bidelli, i tecnici, tutti quelli che troppo spesso restano invisibili e che qui, giustamente, hanno anche loro il proprio aumento.
Trattare bene chi lavora nella scuola non è una spesa, è un investimento sulla persona e quindi sul Paese. Un docente sereno economicamente, rispettato nella sua professione, è un docente che può dare di più ai ragazzi. Diffido tanto della retorica che dipinge gli insegnanti come eroi, quanto di quella che li tratta come impiegati qualsiasi. Sono qualcosa di più semplice e di più grande: adulti a cui affidiamo, ogni mattina, la cosa più preziosa che abbiamo.
Per una volta, dunque, prendo atto di un fatto buono senza il solito riflesso del sospetto. I soldi ci sono, i tempi sono stati rispettati, la firma è arrivata. Adesso viene la parte più difficile, quella di dare alla parola merito un peso reale. Ma un passo avanti, quando è un passo avanti, va chiamato con il suo nome.
Fonte della notizia: ANSA.
Perché conta
La scuola non vive solo di programmi, edifici e riforme. Vive soprattutto delle persone che ogni mattina la tengono in piedi: insegnanti, dirigenti, personale, famiglie, studenti.
Il nodo
Il nodo è che chiediamo alla scuola di risolvere tutto, ma spesso non le diamo tempo, autorità, strumenti e riconoscimento sociale.
Una strada possibile
Bisogna tornare a rispettare il mestiere dell'insegnante, investire sugli edifici, ridurre burocrazia, rafforzare orientamento e alleanza educativa con le famiglie.
In fondo
Una società che tratta male la scuola non sta risparmiando sul presente: sta impoverendo il proprio futuro.