Un vertice che dice più di quanto sembri

Ad Ankara si è chiuso in questi giorni un vertice Nato che, dietro la consueta liturgia diplomatica, segna un passaggio non piccolo. I trentadue ambasciatori alleati hanno approvato una dichiarazione che parla di un'Europa più forte dentro un'Alleanza più forte, e nei fatti significa una cosa sola: il Vecchio continente è chiamato a spendere di più e meglio per la propria sicurezza, avvicinandosi a quel cinque per cento del Pil in difesa di cui si discute da tempo. La Germania si propone come capofila di questo sforzo, con un impegno di bilancio che nessun altro Paese europeo può oggi eguagliare. Polonia, Francia, Regno Unito e la stessa Italia, nel formato che gli osservatori chiamano E5, si trovano a dover definire un ruolo nuovo, meno comodo di quello a cui l'Occidente si era abituato per settant'anni. Sullo sfondo, la fedeltà americana all'Alleanza resta un'incognita: prima ancora dell'apertura dei lavori, il presidente Usa ha rilanciato un attacco personale alla premier italiana attraverso un fotomontaggio pubblicato sui social, un episodio che di per sé dice poco sulla sostanza dei rapporti tra Roma e Washington, ma molto sul clima in cui oggi si discute di cose serissime come la sicurezza di intere nazioni.

La sussidiarietà applicata alla sicurezza

Chi come me guarda alla sussidiarietà come a un principio di buon senso, prima ancora che a una categoria politica, non può non vedere in questo vertice un banco di prova interessante. La sussidiarietà non significa fare da soli per orgoglio, significa che ogni livello, la famiglia, il comune, la nazione, l'unione di nazioni, si assume la responsabilità che gli compete, senza scaricarla su chi sta più in alto o aspettare che qualcun altro la eserciti al posto proprio. Per decenni l'Europa ha delegato agli Stati Uniti gran parte del peso della propria difesa, e lo ha fatto con qualche ragione storica comprensibile. Oggi quella delega mostra i suoi limiti, non perché l'alleanza atlantica sia da rottamare, ma perché nessuna comunità di popoli può restare a lungo dipendente da scelte che si decidono altrove e che, come si è visto anche in questi giorni, possono essere condizionate dall'umore di un singolo leader. Investire di più nella propria difesa non è militarismo, è l'atto minimo di responsabilità che una comunità matura deve ai propri cittadini, alle proprie famiglie, ai propri territori. È lo stesso principio per cui un padre di famiglia non delega ad altri la cura della propria casa, pur collaborando volentieri con i vicini quando serve.

La dignità delle istituzioni e il logoramento del linguaggio pubblico

C'è poi un secondo aspetto, meno strategico ma non meno importante, che riguarda il modo in cui si comunica tra alleati. L'episodio del fotomontaggio contro la presidente del Consiglio, per quanto possa sembrare un dettaglio di colore rispetto ai numeri della difesa, segnala qualcosa di più profondo: la progressiva sostituzione della diplomazia con la teatralità dei social, dove l'insulto rapido sostituisce l'argomento e la battuta sostituisce il negoziato. Non è un fenomeno che riguarda un solo leader o un solo Paese, ma un modo ormai diffuso di fare politica per applausi immediati piuttosto che per risultati duraturi. Chi ha responsabilità istituzionali, da qualunque parte sieda, dovrebbe invece custodire un minimo di misura, perché la tenuta di un'alleanza tra popoli si costruisce con la fiducia reciproca, non con la spettacolarizzazione dei contrasti. Su questo non serve schierarsi per simpatia politica: serve solo ricordare che le istituzioni, quando vengono trattate come personaggi da fiction, perdono autorevolezza agli occhi dei cittadini, ed è un danno che pagano tutti, indipendentemente da chi vince l'ultimo scambio di battute.

Che cosa serve davvero

Se dovessi indicare una priorità concreta per l'Italia in questo passaggio, non sarebbe tanto la rincorsa a percentuali di bilancio decise altrove, quanto la capacità di trasformare l'aumento della spesa per la sicurezza in un'occasione per il lavoro e per l'impresa nazionale, comprese le piccole e medie realtà che da sempre sono la spina dorsale del nostro sistema produttivo. Un euro investito in difesa può diventare occupazione qualificata, innovazione tecnologica, competenza che resta sul territorio, oppure può trasformarsi in una mera fattura pagata a fornitori stranieri: la differenza la fa la qualità del governo, non la quantità della spesa. Serve inoltre una classe dirigente capace di distinguere tra fermezza e nostalgia da un lato, e tra apertura e sudditanza dall'altro: né l'illusione di un'Europa che può ancora vivere all'ombra di un ombrello altrui, né la tentazione di rincorrere slogan sovranisti che promettono un'autonomia che nessun singolo Paese può permettersi da solo. Il bene comune, in questo caso la sicurezza dei nostri figli e delle nostre comunità, si costruisce con pazienza, con investimenti pensati su tempi lunghi e con un'Europa che finalmente smetta di parlare di unità per limitarsi a praticarla. È un lavoro lento, poco fotogenico, lontano dai fotomontaggi che fanno notizia per un giorno. Ma è l'unico che, alla fine, lascia qualcosa di solido alle generazioni che verranno.

Fonte della notizia: ANSA.

Perché conta

La difesa europea non è più un tema per specialisti. La guerra ai confini, la competizione globale e la fragilità delle alleanze obbligano l'Europa a chiedersi se possa restare adulta senza proteggersi.

Il nodo

Il nodo è che difendersi non significa militarizzare il pensiero politico. Significa assumersi responsabilità strategiche, industriali e diplomatiche che per troppo tempo sono state delegate ad altri.

Una strada possibile

Serve coordinamento, industria comune, spesa intelligente, interoperabilità e una politica estera meno divisa. Ma serve anche consenso democratico: i cittadini devono capire perché la sicurezza è un bene pubblico.

In fondo

Un'Europa che non sa difendersi rischia di parlare di valori con voce alta e di dipendere, nei fatti, dalla forza altrui.