C'è un tema su cui si misura, più che su ogni altro, il grado di civiltà di un popolo: come tratta i suoi poveri, i suoi deboli, chi è caduto e fatica a rialzarsi. E c'è, su questo tema, una contrapposizione stanca che ci portiamo dietro da decenni, e che come al solito mi convince solo a metà da entrambe le parti. Da un lato c'è chi pensa che aiutare i poveri significhi soprattutto distribuire sussidi, assegni, elemosine di Stato. Dall'altro c'è chi considera il welfare un peso da tagliare, e ritiene che ognuno debba arrangiarsi da sé in nome della responsabilità individuale. Io credo che sbaglino entrambi, e che esista una terza via, più esigente e più giusta, che chiamo il welfare della responsabilità.

È il tema con cui voglio chiudere questa serie di riflessioni, perché in un certo senso le riassume tutte. Qui si incontrano infatti la sussidiarietà e la dignità del lavoro, la comunità e il bene comune, la libertà e la solidarietà: tutti i fili che ho cercato di tessere finora convergono nella domanda più concreta di tutte, quella su come ci prendiamo cura, davvero, di chi è nel bisogno.

La povertà è tornata, e non possiamo voltarci

Partiamo dalla realtà, senza infingimenti. La povertà, anche da noi, non è affatto scomparsa: è tornata a crescere, e ha cambiato volto. Non riguarda più solo chi non ha lavoro, ma anche chi un lavoro ce l'ha e tuttavia non arriva a fine mese. Riguarda troppe famiglie, troppi anziani soli, e soprattutto troppi bambini, che nascono e crescono in condizioni di povertà non per colpa loro, e che da quella condizione faticano enormemente a uscire. La povertà educativa dei più piccoli, in particolare, è una ferita che grida, perché condanna in partenza chi non ha scelto nulla.

Di fronte a tutto questo, una società decente non può voltarsi dall'altra parte. E vorrei dirlo con chiarezza, perché a volte la mia parte politica scivola in una durezza che non condivido: i poveri non sono, se non in una minoranza di casi, dei fannulloni che non hanno voglia di far nulla. Sono, nella grande maggioranza, persone travolte da circostanze più grandi di loro, che chiedono soprattutto una possibilità. Guardarli con disprezzo o con sospetto, come se la povertà fosse una colpa, è il contrario di ogni sentimento cristiano e civile. Il punto non è se aiutarli, questo è fuori discussione. Il punto è come aiutarli, perché l'aiuto sia vero e non finto.

Né elemosina né abbandono

Ed eccoci ai due errori opposti. Il primo è quello dell'assistenzialismo. Nasce spesso da buone intenzioni, ma finisce per fare del male a chi vorrebbe aiutare. Un welfare fatto solo di sussidi, che si limita a mantenere le persone senza mai rimetterle in cammino, produce due effetti perversi: crea dipendenza, abituando qualcuno a vivere di aiuti invece che a costruirsi un futuro, e umilia, perché ridurre una persona a perpetuo assistito significa negarle proprio ciò di cui ha più bisogno, la dignità di poter fare da sé. Senza contare che l'assistenzialismo, storicamente, è stato il terreno più fertile del clientelismo, del voto di scambio, della politica che compra il consenso con i soldi di tutti. Un aiuto che rende dipendenti non è carità: è una gabbia dorata.

Il secondo errore è quello opposto, l'abbandono liberista. È l'idea che ciascuno debba cavarsela da solo, che la povertà sia un problema del singolo e non della comunità, che tagliare il welfare sia sempre e comunque una virtù. È una posizione altrettanto sbagliata, e per me moralmente insostenibile, perché dimentica che non tutti partono dallo stesso punto e che esistono fragilità di fronte alle quali la sola responsabilità individuale non basta. Una società che lascia indietro i suoi deboli in nome dell'efficienza non è più libera: è solo più dura, e alla fine anche meno sicura per tutti.

Il welfare che rialza

La terza via, quella che difendo, si può riassumere così: un welfare che non si limiti a dare un pesce, ma insegni a pescare e, dove serve, accompagni per mano fino a quando la persona non sappia farlo da sé. Un welfare, cioè, che rialza invece di limitarsi a mantenere.

Questo comporta una distinzione fondamentale, che l'ideologia rifiuta ma il buon senso impone. Per chi non può lavorare, per l'anziano non autosufficiente, per il disabile grave, per il malato, l'aiuto deve essere pieno, generoso, incondizionato: è un dovere di giustizia, non una concessione. Ma per chi può lavorare ed è temporaneamente in difficoltà, l'aiuto non deve essere un punto di arrivo, bensì un trampolino: un sostegno legato all'impegno di formarsi, di cercare lavoro, di rimettersi in gioco. Non è cattiveria, è rispetto. Perché la cosa più umana che si possa fare per chi è caduto non è mantenerlo a terra con un sussidio, ma tendergli la mano per rialzarlo e restituirgli la sua autonomia. La dignità non sta nel ricevere per sempre, ma nel tornare a poter dare. Questo è il cuore del welfare della responsabilità: chiedere qualcosa a chi si aiuta non è un modo per abbandonarlo, ma il modo più alto per prenderlo sul serio come persona. So bene che questo tema, negli ultimi anni, è diventato terreno di scontro ideologico, tra chi difende ogni forma di reddito garantito come una conquista di civiltà e chi la denuncia come puro assistenzialismo. Anche qui la risposta onesta non sta in nessuno dei due estremi, e richiede lucidità. Uno strumento che sostiene chi è in povertà assoluta è giusto e necessario, e nessuna società ricca dovrebbe tollerare che qualcuno resti senza il minimo per vivere. Ma quello stesso strumento, se non è accompagnato da percorsi seri di formazione e di reinserimento, se diventa un punto d'arrivo anziché di ripartenza, tradisce il suo scopo e finisce per intrappolare proprio chi vorrebbe aiutare. La misura giusta non è né abolire ogni sostegno né distribuirlo senza chiedere nulla in cambio: è tenere insieme il sostegno e l'attivazione, la rete che protegge e la spinta che rimette in cammino.

La sussidiarietà del prendersi cura

Chi deve realizzare tutto questo? Qui torna, decisivo, il principio di sussidiarietà. Lo Stato ha un ruolo insostituibile nel garantire le risorse e i diritti, ma non è, quasi mai, il soggetto migliore per prendersi cura in concreto delle persone. Un ufficio pubblico può erogare un assegno, ma non può dare calore, ascolto, relazione. E la povertà, quella vera, non è mai solo mancanza di denaro: è anche solitudine, smarrimento, mancanza di legami.

Ecco perché il welfare della responsabilità si appoggia con fiducia al terzo settore, a quel meraviglioso mondo di volontariato, cooperative sociali, associazioni, parrocchie, fondazioni che ogni giorno, in silenzio, si prende cura degli ultimi con una dedizione che nessuna burocrazia potrà mai eguagliare. Sono loro, spesso, a conoscere per nome i poveri di un quartiere, a intercettare i bisogni prima che diventino drammi, ad accompagnare le persone con quella prossimità che è la vera medicina. Lo Stato intelligente non li considera concorrenti da controllare, ma alleati preziosi da sostenere. Li finanzia, li coinvolge nella progettazione degli interventi, semplifica loro la vita invece di soffocarli. La strada giusta è quella della collaborazione tra pubblico e società civile, in cui ciascuno fa ciò che sa fare meglio: lo Stato garantisce, la comunità si prende cura. Penso a esempi concreti che tutti conosciamo. Il centro d'ascolto di una parrocchia che intercetta la famiglia in difficoltà prima che sprofondi. La cooperativa sociale che assume l'ex detenuto o la persona con una disabilità, offrendo loro non un'elemosina ma un lavoro, e con esso una dignità. La mensa dei poveri gestita da volontari che, insieme al pasto, regalano uno sguardo e una parola. L'associazione che segue i ragazzi a rischio nei quartieri difficili, strappandoli alla strada. È in queste realtà, spesso povere di mezzi e ricche di cuore, che il welfare diventa davvero umano. Un grande Paese non le tratta come questuanti a cui elargire qualche briciola, ma come una risorsa strategica, forse la più preziosa che abbia nella lotta contro la povertà e la solitudine. Sostenerle è tra i migliori investimenti che una comunità possa fare.

Il lavoro è il primo welfare

Se devo indicare, però, la più grande politica contro la povertà, non è nemmeno un sussidio o un servizio. È il lavoro. Un lavoro dignitoso e ben retribuito è di gran lunga il miglior welfare che esista, perché dà insieme reddito, dignità, relazioni, futuro. Ogni persona che passa dall'assistenza al lavoro non è solo un costo in meno per la collettività: è una vita che ritrova senso e speranza.

Per questo la lotta alla povertà, se vuole essere seria, deve intrecciarsi strettamente con le politiche per il lavoro e la formazione di cui ho scritto. Non basta sostenere chi è povero: bisogna creare le condizioni perché possa smettere di esserlo, con la propria fatica. Investire nella formazione di chi ha perso il lavoro, favorire l'inserimento di chi è ai margini, sostenere le imprese sociali che danno un'occasione a chi nessuno assumerebbe: questo è il welfare che guarda avanti, che non si accontenta di tamponare la povertà, ma vuole sconfiggerla restituendo alle persone la capacità di camminare con le proprie gambe. Vale la pena ricordarlo soprattutto oggi, quando si torna a discutere di come sostenere chi è rimasto indietro. La domanda giusta non è quanto denaro distribuire, ma quante persone riusciamo a rimettere al lavoro, perché ogni percorso che si conclude con un impiego vero è una vittoria doppia: per chi lo ottiene e per l'intera comunità. Il metro con cui giudicare una buona politica contro la povertà non sono i sussidi erogati, ma le persone che, grazie a quei sussidi, hanno smesso di averne bisogno.

La famiglia e la comunità, primo ammortizzatore

Aggiungo un'ultima verità che il dibattito ufficiale spesso ignora. Il primo ammortizzatore sociale, il più antico e il più efficace, non è lo Stato: è la famiglia, ed è la comunità. Sono i genitori che sostengono i figli in difficoltà, i figli che accudiscono i genitori anziani, i vicini che danno una mano, la rete di legami che attutisce i colpi della vita prima ancora che intervenga qualunque istituzione. In Italia, questa rete ha retto per decenni, supplendo alle carenze del welfare pubblico.

Ma quella rete oggi si sta logorando, sotto il peso della denatalità, della solitudine, dello sfaldarsi delle comunità di cui ho scritto. E quando la famiglia e la comunità si indeboliscono, tutto il peso ricade sullo Stato, che da solo non ce la può fare. Ecco perché sostenere la famiglia e ricostruire le comunità non è un tema separato dal welfare: ne è il fondamento. Una politica sociale lungimirante non si limita a curare le conseguenze della povertà, ma rafforza quei legami primari che sono la prima e più umana difesa contro di essa.

Cosa fare, concretamente

Scendo sul concreto, per non fermarmi alle idee generali. Legare i sostegni economici, per chi può lavorare, a percorsi seri di formazione e inserimento, mantenendoli invece pieni e incondizionati per chi non può. Potenziare e valorizzare il terzo settore, con la co-progettazione degli interventi e regole semplici invece di sospetti. Investire nei servizi sociali dei territori, oggi troppo deboli, perché la presa in carico sia reale e vicina. Combattere con priorità assoluta la povertà educativa dei bambini, che è la radice di ogni povertà futura. Sostenere la famiglia e la comunità come primo ammortizzatore. E fare del lavoro, sempre, l'obiettivo ultimo di ogni intervento. Sono misure che costano impegno e intelligenza più che denaro, e che rendono infinitamente di più di qualunque sussidio a pioggia.

Custodire e rialzare

Concludo, e con questo chiudo idealmente l'intera serie di queste riflessioni. Il welfare della responsabilità è, in fondo, la sintesi di tutto ciò che ho cercato di dire: un modo di stare al mondo che tiene insieme la libertà e la solidarietà, la responsabilità personale e la cura reciproca, il rispetto della persona e l'attenzione alla comunità. Non è di destra né di sinistra: è semplicemente umano.

Ho cominciato questo percorso dicendo che custodire e cambiare non sono nemici, e vorrei chiuderlo qui, con un'immagine. Prendersi cura di chi è caduto significa, insieme, custodire e rialzare: custodire la sua dignità, che nessuna povertà può cancellare, e rialzarlo perché torni a camminare da solo. È questo il compito di una comunità giusta, e la misura più vera del nostro essere, prima ancora che conservatori o riformisti, semplicemente persone che non si voltano dall'altra parte. Perché alla fine, di tutte le cose che ho scritto, questa è la più semplice e la più importante: non lasciare indietro nessuno.

Perché conta

Il welfare è il luogo in cui una società rivela ciò che crede davvero della persona. Se vede solo bisogni, distribuisce assistenza; se vede dignità, costruisce percorsi.

Il nodo

Il nodo è aiutare senza inchiodare. La protezione è necessaria, ma diventa insufficiente se non rimette chi può in condizione di camminare.

Una strada possibile

Terzo settore, comuni, famiglie, servizi sociali, scuola e imprese devono lavorare insieme. La povertà raramente ha una causa sola; anche la risposta deve essere integrata.

In fondo

La misura di un buon welfare non è quante persone mantiene dipendenti, ma quante riesce a rimettere in piedi senza lasciarne indietro nessuna.