C'è una parola che oggi divide come poche altre: merito. Per alcuni è una bandiera sacra, da sventolare contro l'egualitarismo e l'assistenzialismo. Per altri è una parola sospetta, quasi una brutta parola, perché evocherebbe la legge del più forte e la giustificazione delle diseguaglianze. Come spesso accade, sono convinto che abbiano torto entrambi, perché parlano di due cose diverse chiamandole con lo stesso nome. Esistono infatti due idee opposte di merito, e prima di prendere posizione bisogna distinguerle con nettezza. Perché da una di esse dipende la giustizia, dall'altra esattamente il suo contrario.
Due idee opposte di merito
La prima idea di merito è quella che chiamo darwinismo sociale travestito da virtù. È l'idea che la vita sia una gara, che i vincitori se la siano meritata e i perdenti se la siano cercata, e che lo Stato non debba intromettersi in questa selezione naturale. È una visione dura, che dietro la parola merito nasconde spesso la difesa di privilegi ereditati, e che ha la sfrontatezza di colpevolizzare i poveri della propria povertà, come se nascere nel posto sbagliato fosse una colpa personale. Questa idea la rifiuto senza esitazione, perché è falsa nei fatti e crudele nei princìpi.
La seconda idea di merito è di tutt'altra natura, ed è quella che difendo. Il merito, inteso bene, non è il diritto del più forte a dominare, ma il diritto di ciascuna persona a far fruttare i propri talenti, qualunque essi siano, e a vedere riconosciuto il proprio impegno. È l'opposto della raccomandazione, del privilegio, della rendita di posizione. È l'idea che a contare debba essere ciò che una persona sa fare e quanto si impegna, non da quale famiglia proviene o chi conosce. In questo senso il merito non è nemico della giustizia: ne è una parte essenziale. Una società che premia la raccomandazione invece del valore non è più solidale, è solo più ingiusta, e per giunta più povera, perché spreca i talenti di chi non ha conoscenze potenti alle spalle. Per cogliere la differenza basta un esempio. Due ragazzi hanno gli stessi voti e la stessa intelligenza. Uno trova subito un buon impiego perché il padre conosce la persona giusta; l'altro manda cento domande e non riceve risposta, perché non conosce nessuno. La prima idea di merito si volta dall'altra parte e dice che ciascuno ha avuto ciò che si è meritato. La seconda, la mia, grida che lì il merito è stato calpestato, non premiato, perché ha vinto la conoscenza e non il valore. Ecco perché mi indigno quando sento usare la parola merito per difendere un sistema che, troppo spesso, premia esattamente il suo contrario: la rendita, la raccomandazione, l'appartenenza.
Il merito senza pari opportunità è una truffa
Ma qui devo subito porre la condizione decisiva, quella che separa il merito giusto dalla sua contraffazione. Il merito ha senso, ed è giusto, soltanto se la linea di partenza è ragionevolmente equa. Premiare il merito in una gara truccata, in cui alcuni partono cento metri avanti e altri con i pesi alle caviglie, non è giustizia: è la più raffinata delle ingiustizie, perché chiama merito ciò che è soltanto fortuna di nascita.
È questo il punto che certi cantori del merito dimenticano comodamente. Non si può esaltare la competizione e poi disinteressarsi delle condizioni di chi compete. Un ragazzo nato in una famiglia colta e benestante, con i libri in casa, i viaggi, le lezioni private, le conoscenze giuste, parte enormemente avvantaggiato rispetto a un suo coetaneo altrettanto dotato ma nato in una famiglia povera o in un quartiere difficile. Se non facciamo nulla per colmare quel divario, il merito diventa una parola vuota, l'alibi elegante con cui le classi privilegiate si raccontano di aver guadagnato ciò che invece hanno semplicemente ereditato. Per questo dico, e lo dico da conservatore, che chi ama davvero il merito deve amare ancora di più le pari opportunità. Le due cose stanno insieme, o cadono insieme.
La scuola, il grande ascensore
Ed è qui che entra in gioco la scuola, che considero l'istituzione più importante di tutte, perché è il luogo dove quel divario di partenza può essere colmato. La scuola è, o dovrebbe essere, il grande ascensore sociale: lo strumento che permette al figlio dell'operaio, se ne ha la capacità e la volontà, di arrivare dove vuole, esattamente come il figlio del professionista. Quando la scuola funziona, è la più potente macchina di giustizia che una società possieda. Quando si inceppa, l'ingiustizia diventa ereditaria.
E oggi, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, quell'ascensore è in gran parte fermo. Troppo spesso, nel nostro Paese, il destino di un ragazzo è già scritto nel codice di avviamento postale in cui è nato, nel titolo di studio dei suoi genitori, nel reddito della sua famiglia. La dispersione scolastica, l'abbandono, la povertà educativa colpiscono soprattutto chi parte svantaggiato, allargando il solco invece di colmarlo. È un fallimento collettivo e un'ingiustizia bruciante, perché significa sprecare intelligenze e talenti solo perché sono nati nel posto sbagliato. La nostra stessa Costituzione, all'articolo 34, afferma un principio luminoso: i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Quel diritto, ancora oggi, è troppo spesso tradito. Riattivare l'ascensore della scuola è perciò la prima e più urgente delle riforme per chi creda davvero nel merito.
Vorrei spendere una parola in più sugli insegnanti, perché di scuola si parla molto e di loro pochissimo. Nessuna riforma, nessuna tecnologia, nessun programma potrà mai sostituire ciò che accade nell'incontro tra un bravo maestro e un allievo. È lì, in quella relazione, che un ragazzo scopre i propri talenti, trova chi crede in lui anche quando lui non ci crede, riceve quella spinta che a volte cambia una vita intera. Un grande insegnante in un quartiere difficile vale più di mille convegni sulla giustizia sociale. Per questo trovo scandaloso il modo in cui, da decenni, trattiamo i nostri docenti: poco pagati, poco rispettati, caricati di ogni responsabilità che la società non sa più assumersi. Rimettere al centro la figura del maestro, restituirle dignità e autorevolezza, è forse la riforma più importante e meno costosa che abbiamo a disposizione.
Tutti i talenti, non un solo modello
C'è poi un'idea di merito che voglio combattere anche dall'interno, ed è quella snobistica, che riconosce un solo tipo di talento, quello astratto e accademico, e disprezza tutti gli altri. È un errore grave, oltre che profondamente ingiusto. I talenti umani sono molti e diversi: c'è chi è portato per lo studio teorico e chi per il lavoro manuale, chi per i numeri e chi per le relazioni, chi per l'arte e chi per la tecnica. Una società giusta non costringe tutti dentro un unico modello, ma permette a ciascuno di scoprire e coltivare la propria vocazione.
Mi viene in mente l'antica parabola dei talenti, che a ciascuno ne affida un numero diverso e chiede non di averne quanto il vicino, ma di far fruttare quelli che si hanno. Ecco, una buona scuola e una buona società fanno proprio questo: valorizzano l'artigiano tanto quanto il laureato, l'istituto tecnico tanto quanto il liceo, il sapere delle mani tanto quanto quello dei libri. Per questo credo che dobbiamo investire con forza nella formazione professionale e tecnica, troppo a lungo trattata come una scelta di serie B, mentre è la spina dorsale di un'economia che sa produrre. Restituire dignità a tutti i mestieri e a tutti i talenti è una forma alta di giustizia, e anche di realismo.
Il merito è anche responsabilità
Aggiungo una riflessione che nasce dalla tradizione a cui mi richiamo. Il merito, inteso cristianamente, non è soltanto un diritto da rivendicare, ma anche una responsabilità da onorare. I talenti che abbiamo ricevuto, in parte per impegno e in parte per fortuna, non ci sono dati solo per il nostro tornaconto, ma anche per il bene di tutti. Chi ha avuto di più, in capacità o in opportunità, ha verso la comunità un debito, non un credito.
È questo che distingue il merito sano dall'arroganza dei vincenti. Una società in cui chi è arrivato in alto guarda dall'alto in basso chi è rimasto indietro, e si sente in diritto di tutto, è una società malata, anche se efficiente. Il merito senza solidarietà diventa superbia; la solidarietà senza merito diventa assistenzialismo. Tenere insieme le due cose, riconoscere il valore e insieme ricordare il dovere, è il difficile equilibrio di una comunità giusta. Per questo non mi convince né l'egualitarismo che umilia chi si impegna, livellando tutti verso il basso, né l'individualismo competitivo che dimentica i più deboli. La via giusta, ancora una volta, sta nel mezzo.
Il patto tra generazioni tradito
Tutto questo si lega a un tema che mi sta particolarmente a cuore: il patto tra le generazioni. Per secoli ogni generazione ha consegnato alla successiva un mondo un poco migliore, o almeno la promessa che, con l'impegno, si potesse stare meglio dei propri genitori. Oggi, per la prima volta da molto tempo, quella promessa rischia di rompersi. Troppi giovani, anche capaci e volenterosi, si trovano davanti un futuro di lavoro precario, salari fermi, case irraggiungibili, mobilità bloccata. E intanto ereditano un debito pubblico enorme, contratto da chi è venuto prima di loro.
Questo è il tradimento più grave, perché colpisce chi non ha colpa e chi ancora non ha voce. Una società che chiede ai giovani impegno e merito, ma poi non offre loro opportunità reali, è una società che bara. Ricostruire il patto tra le generazioni significa restituire ai giovani non garanzie di risultato, che nessuno può dare, ma garanzie di possibilità: una scuola che li promuova davvero, un mercato del lavoro che non li sfrutti, una casa che possano permettersi, la sensazione concreta che impegnarsi serva a qualcosa. È una questione di merito e insieme di giustizia, perché senza un futuro aperto la parola merito, ai loro orecchi, suona soltanto come una beffa.
Cosa fare, concretamente
Alle analisi devono seguire i rimedi, ed eccoli. Investire nella scuola, e investirvi soprattutto nei primi anni e nei territori più fragili, dove la partita delle pari opportunità si vince o si perde. Combattere la dispersione scolastica con tenacia, perché ogni ragazzo perso è una sconfitta di tutti. Valorizzare e, sì, anche pagare meglio gli insegnanti, perché non c'è scuola buona senza maestri rispettati e motivati. Rafforzare la formazione tecnica e professionale, costruendo ponti veri tra scuola e lavoro. Garantire borse di studio e sostegni concreti ai capaci e meritevoli privi di mezzi, dando finalmente gambe a quell'articolo 34 che troppo spesso resta sulla carta. E premiare il merito anche dentro lo Stato, nelle carriere pubbliche, perché un'amministrazione che promuove per anzianità o per appartenenza, e non per valore, è il primo cattivo maestro di un Paese.
Merito non è successo
Devo chiarire un ultimo punto, per non essere frainteso. Il merito di cui parlo non coincide con il successo mondano, con la ricchezza o con la fama. È un errore tipico del nostro tempo confondere le due cose, misurare il valore di una persona dai soldi che guadagna o dalla visibilità che ottiene. Ma il maestro che dedica la vita ai suoi alunni, l'infermiera che veglia i malati di notte, l'artigiano che fa con onestà un lavoro umile e prezioso, il volontario che non guadagna nulla: tutti costoro hanno un merito enorme, anche se il mercato e i riflettori non lo riconoscono. Una società giusta sa distinguere il valore reale dal successo apparente, e torna a stimare chi serve il bene comune, non solo chi accumula. Anche questa è una battaglia per il merito, forse la più importante di tutte.
Custodire i talenti
Concludo tornando al senso di tutto questo. Il merito, quando è inteso bene, non è il contrario dell'uguaglianza, ne è il compimento più alto: è dare a ciascuno la possibilità di diventare pienamente ciò che può essere. È la differenza tra una società bloccata, in cui si resta dove si è nati, e una società viva, in cui i talenti circolano e ognuno trova il suo posto. Custodire i talenti di tutti, a partire da quelli dei più deboli, e riformare la scuola perché torni a farli fiorire: ecco un programma di giustizia che nessun conservatore dovrebbe temere, e che nessun riformatore dovrebbe trascurare. Perché un Paese che spreca i talenti dei suoi figli non è solo un Paese ingiusto. È un Paese che rinuncia, in partenza, al proprio futuro.
Perché conta
Il merito è una parola fragile perché può diventare alibi dei forti o speranza dei capaci. Dipende da come lo si costruisce.
Il nodo
Il nodo è che non esiste merito vero senza condizioni di partenza dignitose. Premiare il talento ha senso solo se prima si offre a tutti la possibilità reale di svilupparlo.
Una strada possibile
Scuola esigente, insegnanti rispettati, orientamento serio, borse di studio, formazione tecnica e lotta alla dispersione sono strumenti di giustizia, non dettagli amministrativi.
In fondo
Il merito non deve dire ai deboli che è colpa loro. Deve impedire che il destino di un ragazzo sia deciso dal punto da cui parte.