Oltre 568 mila ingressi programmati dalle imprese italiane nel solo mese di luglio e circa un milione e mezzo nel trimestre luglio-settembre. Letti in fretta, i numeri del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro sembrano il ritratto di un mercato vivace. E in parte lo sono: dietro ogni contratto previsto c’è un albergo che prepara la stagione, un’officina che cerca una mano esperta, un’impresa alimentare che deve produrre, un servizio che prova a crescere. Ma la fotografia contiene anche due avvertimenti. Rispetto al luglio 2025 la domanda flette dell’1,1 per cento, circa settemila posizioni; nel trimestre la riduzione è del 2,6 per cento, quasi 39 mila ingressi.

Il punto più serio, tuttavia, è un altro. Le imprese dichiarano difficile reperire il 47,8 per cento delle figure cercate. Non è una sfumatura statistica: significa che quasi un incontro su due tra domanda e offerta rischia di non avvenire. Il bollettino segnala circa 272 mila profili problematici da trovare. Mancano candidati oppure manca una preparazione adeguata. Talvolta mancano entrambe le cose; talvolta, bisogna aggiungerlo con franchezza, l’offerta economica e organizzativa non è abbastanza buona da convincere una persona a trasferirsi, cambiare mestiere o accettare orari difficili.

Il dato è stato ripreso dall’ANSA, che evidenzia il contributo dell’industria alimentare, della meccanica ed elettronica, della metallurgia e del tessile. Non siamo quindi davanti soltanto al lavoro estivo dei servizi. C’è una domanda produttiva diffusa, legata a filiere che tengono insieme esportazioni, territori e sapere tecnico. Proprio per questo sarebbe superficiale ridurre tutto alla frase «i giovani non vogliono lavorare». Una comunità responsabile non cerca un colpevole generazionale: guarda gli incentivi, i percorsi e le condizioni concrete.

La distanza tra aula e officina

Per troppo tempo l’Italia ha trattato l’istruzione tecnica e professionale come una scelta di ripiego. È un errore culturale prima ancora che economico. Un manutentore, un tecnico meccatronico, un operatore sanitario, un cuoco competente o uno specialista dei dati non sono esecutori minori: custodiscono processi dai quali dipendono sicurezza, qualità e continuità delle imprese. Quando queste professionalità mancano, si rinuncia a commesse, si allungano i tempi, si sovraccaricano i lavoratori già presenti.

La scuola non deve diventare l’ufficio personale delle aziende. La sua missione resta formare persone libere, capaci di comprendere il mondo e di cambiarlo. Ma proprio la libertà richiede conoscenza del lavoro reale. Orientamento tardivo, laboratori poveri e collegamenti occasionali con le imprese lasciano famiglie e studenti davanti a scelte astratte. Servono istituti tecnici e professionali attrezzati, docenti valorizzati, esperienze in azienda sicure e formative, ITS conosciuti anche fuori dalle grandi città.

Le imprese, a loro volta, non possono chiedere alla collettività una persona già perfettamente addestrata per una mansione specifica. La formazione iniziale dà fondamenta; l’azienda deve investire nell’apprendimento sul posto, nell’affiancamento e nella crescita. Chi considera ogni neoassunto un costo da comprimere produce il proprio deficit di competenze. Il sapere professionale passa da una generazione all’altra soltanto se qualcuno ha tempo e responsabilità per insegnarlo.

Anche il lavoro deve sapersi offrire

La difficoltà di reperimento non prova automaticamente una carenza di persone. Un salario insufficiente rispetto al costo della casa, un contratto di poche settimane, turni comunicati all’ultimo momento o l’assenza di trasporti rendono un posto formalmente aperto ma concretamente inaccessibile. Questo vale soprattutto per giovani, madri con figli, lavoratori che vivono nelle aree interne e persone che dovrebbero trasferirsi.

La dignità del lavoro non è un ornamento morale da aggiungere dopo la produttività. È una condizione della produttività durevole. Un dipendente che può programmare la propria vita, formarsi e vedere riconosciuta l’esperienza resta più facilmente, segnala problemi e migliora i processi. Al contrario, la rotazione continua disperde competenze e rende fragile l’impresa. Il mercato manda un messaggio anche ai datori di lavoro: se una ricerca fallisce ripetutamente, bisogna verificare non soltanto il candidato ideale, ma la qualità dell’offerta.

La contrattazione può aiutare, specialmente nelle piccole imprese che da sole hanno meno strumenti. Welfare territoriale, trasporto condiviso, servizi per l’infanzia e formazione comune sono terreni di sussidiarietà concreta. Associazioni d’impresa, sindacati, Comuni, scuole e terzo settore possono risolvere problemi che nessun soggetto affronta isolatamente. Non servono nuovi tavoli rituali, ma accordi misurabili: quanti apprendisti completano il percorso, quanti restano, quanto cresce il salario con la competenza.

Donne, giovani e territori ai margini

L’Italia possiede riserve di lavoro che non riesce a valorizzare. La bassa partecipazione femminile, soprattutto nel Mezzogiorno, non dipende da una misteriosa preferenza per l’inattività. Pesano i servizi educativi carenti, il lavoro di cura non condiviso, la mobilità e opportunità poco compatibili con la vita familiare. Aprire un asilo o rendere affidabile una linea di autobus può avere più effetto occupazionale di un incentivo scritto male.

Anche molti giovani vivono una successione di esperienze brevi che non costruiscono mestiere. L’apprendistato dovrebbe essere un patto: l’impresa riceve una facilitazione, il giovane riceve vera formazione e una prospettiva verificabile. Se diventa soltanto lavoro meno costoso, perde credibilità. Occorre seguire gli esiti, distinguere chi forma da chi usa e premiare le aziende capaci di trasformare un ingresso in autonomia professionale.

I flussi migratori fanno parte della risposta, ma richiedono serietà. L’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri in agricoltura, edilizia, assistenza, turismo e industria. Programmare ingressi senza corsi di lingua, alloggi dignitosi, riconoscimento delle competenze e controlli contro lo sfruttamento significa creare vulnerabilità. L’integrazione riuscita nasce nel lavoro regolare e nella comunità locale, dove diritti e doveri diventano esperienza quotidiana.

Misurare meglio per decidere meglio

Le previsioni Excelsior descrivono intenzioni di assunzione, non contratti già firmati. Questa distinzione impedisce trionfalismi. Bisogna poi osservare quante posizioni vengono coperte, con quale durata, quali salari e quali trasformazioni a tempo stabile. Un ingresso di pochi giorni e un’assunzione qualificata non hanno lo stesso peso per una famiglia né per il sistema produttivo.

La politica dovrebbe usare questi dati come una mappa, non come materiale per una conferenza stampa. Dove la difficoltà di reperimento è persistente, si possono concentrare laboratori, corsi brevi per adulti, riconoscimento delle competenze e sostegno alla mobilità. Dove la domanda declina, bisogna capire se pesa la congiuntura, la tecnologia o la perdita di una filiera. Le risorse pubbliche vanno legate ai risultati e corrette quando non funzionano.

Il paradosso di luglio non si risolve contrapponendo imprese e lavoratori. Entrambi hanno bisogno di istituzioni affidabili e di una cultura che torni a considerare il mestiere una forma di dignità. Le aziende devono offrire qualità e investire; la scuola deve aprire finestre sul lavoro senza perdere la propria autonomia; lo Stato deve costruire le infrastrutture che rendono possibile l’incontro. Se quasi una figura su due è difficile da trovare, il problema non è soltanto del mercato. È il segnale che i legami tra formazione, famiglia, impresa e territorio si sono allentati. Ricucirli è una riforma meno rumorosa di molte altre, ma molto più vicina alla vita delle persone.

Fonti consultate