C'è una notizia, tra quelle di oggi, che meriterebbe ben più della riga veloce a cui di solito la releghiamo. L'agenzia ANSA riferisce che a Genova due persone anziane sono morte a causa del caldo, mentre cresce il numero delle città segnate dal bollino rosso. È il tipo di notizia che scorre via in fretta, archiviata d'istinto sotto la voce "meteo", come se fosse solo una questione di gradi e di afa. Io credo, al contrario, che dietro quel bollettino ci sia una domanda civile, di quelle che dicono molto su che popolo siamo diventati.
Non è soltanto il caldo
Il caldo, da solo, non basta a spiegare quelle morti. Le ondate di calore colpiscono tutti, ma a morire sono quasi sempre gli stessi: gli anziani, i malati e, soprattutto, chi è rimasto solo. Non è una fatalità del clima, è la fotografia di una fragilità sociale. La verità scomoda è che il vero killer, in questi casi, non è la colonnina di mercurio: è la solitudine. Un anziano che vive dentro una rete di affetti, che ha un figlio che telefona, un vicino che bussa, una parrocchia che si accorge della sua assenza, difficilmente muore di caldo senza che nessuno se ne avveda. Muore di caldo chi è diventato invisibile. E noi, come società, abbiamo lasciato che il numero degli invisibili crescesse di anno in anno.
L'anziano non è un peso
Permettetemi di dirlo con la franchezza che mi appartiene. Viviamo immersi in una cultura che, senza ammetterlo apertamente, tratta l'anziano come un peso: un costo per la sanità, una voce scomoda nel bilancio delle pensioni, un problema da gestire. È una mentalità che rifiuto con tutte le mie forze. L'anziano non è un peso, è una radice. È memoria viva, è il filo che ci tiene legati a chi siamo stati. Una comunità che dimentica i suoi vecchi non diventa più moderna: diventa soltanto più sola, e più povera. Lo insegna la tradizione a cui mi sento più vicino, quella della dottrina sociale: una società si giudica da come tratta i suoi membri più deboli, i bambini e gli anziani, cioè coloro che non possono restituire nulla in termini di utilità immediata. È lì, in quella gratuità, che si misura il grado di civiltà di un popolo.
La rete che salva la vita
Che fare, allora, concretamente, perché non sono uomo da prediche senza proposte. La prima risposta non viene dallo Stato, ma da ciò che lo Stato non potrà mai sostituire: la prossimità. È il principio di sussidiarietà applicato alla cosa più semplice e più seria che esista, la vita di una persona. Significa reti di vicinato che sappiano chi, in un palazzo, è anziano e solo. Significa il volontariato, le parrocchie, le associazioni che in queste settimane svolgono un lavoro silenzioso e prezioso: telefonano, portano l'acqua, salgono le scale di chi non esce più. Significa, prima di tutto, riabituarci a un gesto che abbiamo disimparato: accorgerci dell'altro.
Lo Stato e i Comuni, dal canto loro, hanno un compito chiaro e doveroso: piani anti-caldo seri, non improvvisati a stagione iniziata; registri dei cittadini fragili, perché si sappia in anticipo chi va protetto; numeri verdi, custodi sociali, controlli porta a porta nelle ondate più dure. Sono misure note, che funzionano dove vengono applicate con metodo e costanza, e che si dimenticano dove la politica vive solo di annunci. Qui non c'è ideologia che tenga: c'è solo buona amministrazione, l'arte poco spettacolare di prendersi cura per tempo, invece di contare i morti dopo.
Custodire chi ci ha preceduto
Torno, per chiudere, al senso di questo foglio. Si parla tanto di progresso, e va bene così. Ma il progresso vero non è soltanto correre più veloci: è anche ricordarsi di non lasciare indietro nessuno, men che meno chi ci ha messi al mondo e ci ha cresciuti. Le due persone morte a Genova non sono una statistica meteorologica. Erano una storia, una vita intera, e forse, nelle ore più calde, hanno avuto bisogno soltanto di qualcuno che bussasse alla loro porta.
Custodire i nostri anziani, riformare i nostri quartieri perché tornino comunità e non dormitori di sconosciuti: ecco un programma che non costa ideologie, ma attenzione. La prossima ondata di caldo arriverà, puntuale come ogni estate. La domanda è se, questa volta, ci faremo trovare un po' meno soli.
Fonte della notizia: ANSA.
Perché conta
Il caldo estremo non colpisce tutti allo stesso modo. Diventa pericoloso soprattutto quando incontra solitudine, povertà abitativa, malattie e assenza di reti familiari.
Il nodo
Il nodo è che l'emergenza climatica diventa emergenza sociale. Non basta diramare allerte: bisogna sapere chi vive solo, chi non ha condizionamento, chi non chiederà aiuto.
Una strada possibile
Comuni, medici di base, farmacie, parrocchie, vicini e volontariato possono costruire mappe di prossimità. Una telefonata, una visita, un luogo fresco aperto possono fare la differenza.
In fondo
Una comunità si misura anche da questo: non lasciare che i più fragili affrontino da soli il giorno più difficile.