C'è, nel racconto che arriva dal Venezuela in queste ore, un particolare che rischia di perdersi dentro un bilancio spaventoso, quasi duemila morti e un tratto di costa ridotto a macerie dal terremoto del 24 giugno. L'agenzia ANSA riferisce che tra i soccorritori italiani arrivati a La Guaira, lo Stato più colpito, ci sono alcuni degli uomini e delle donne che nell'agosto del 2018 scavarono per settimane tra le rovine del ponte Morandi, a Genova. Uno di loro, del comando di Torino, ha spiegato ai cronisti che quella tragedia, per la loro squadra, "ha fatto scuola". È una frase sobria, detta da chi non cerca applausi. Proprio per questo, credo, vale la pena fermarcisi.

Una scuola nata da una ferita

Il crollo che nell'agosto del 2018 uccise quarantatré persone resta una delle ferite più dure della nostra storia recente. Eppure, da quella ferita, qualcuno ha saputo trarre qualcosa che non cancella il dolore ma gli dà un senso: competenza. I soccorritori raccontano di essere migliorati, da allora, nell'organizzazione e negli strumenti, e di portare oggi quell'esperienza dall'altra parte del mondo, dove interi edifici di dodici o quattordici piani si sono sbriciolati e le scosse di assestamento continuano a mettere in pericolo chi scava. È il contrario esatto della nostalgia. La memoria, quando è viva, non si limita a commemorare: si trasforma in sapere che serve, in mani più sicure, in vite salvate altrove. Genova ha pianto i suoi morti, e insieme ha imparato. Ecco una lezione che vorrei non dimenticassimo mai: un popolo maturo non è quello che rimuove le proprie tragedie, è quello che le lascia diventare scuola.

La dignità di un lavoro che non si improvvisa

Guardo quelle immagini e penso a quanto poco, di solito, parliamo di questo lavoro. Sono vigili del fuoco, tecnici, volontari addestrati per anni, gente che conosce il peso di una trave e il tempo che resta a chi è sepolto. Nessun algoritmo, nessuna intelligenza artificiale può sostituire la mano esperta che cerca un respiro sotto il cemento. È lavoro nel senso più pieno e antico della parola: fatica, competenza, responsabilità verso una persona che non si conosce e che forse non si rivedrà mai. I nostri soccorritori, racconta l'ANSA, sono partiti per "dare una buona notizia" a un popolo devastato. In quella formula c'è tutto ciò che rende dignitoso un mestiere: non il guadagno, non la visibilità, ma il bene concreto che produce. Una società seria dovrebbe stimare questi saperi, formarli, retribuirli, custodirli, invece di ricordarsene soltanto davanti al disastro.

La solidarietà non è un sentimento, è un'organizzazione

Diffido, lo confesso, della solidarietà fatta soltanto di parole commosse. La commozione passa, l'organizzazione resta. Ciò che vediamo a La Guaira non è un moto istintivo del cuore, è il frutto di un sistema: protezione civile, colonne mobili, volontariato addestrato, intese tra Stati, catene di comando che funzionano. È la sussidiarietà nella sua forma più concreta, quella che mette in campo, nell'ordine giusto, chi sa fare le cose. E c'è un filo che ci lega in modo speciale a quella terra: tra le vittime del sisma ci sono famiglie di origine italiana, figli e nipoti di chi un tempo partì in cerca di futuro. Aiutare laggiù non è generosità astratta verso stranieri lontani, è prendersi cura anche di un pezzo della nostra stessa famiglia dispersa nel mondo. La comunità, quando è vera, non si ferma ai confini.

Custodire ciò che sappiamo fare bene

Non amo la retorica dell'orgoglio nazionale, quella che gonfia il petto un giorno e dimentica il resto dell'anno. Preferisco un sentimento più sobrio e più esigente: la cura di ciò che sappiamo fare bene. L'Italia ha, in questo campo, una competenza riconosciuta, costruita purtroppo anche sulle nostre troppe catastrofi, dai terremoti alle alluvioni. Sarebbe un delitto sprecarla per disattenzione o per tagli miopi. Custodirla significa finanziare la formazione, rinnovare i mezzi, riconoscere chi sceglie questo servizio, tenere insieme la rete di volontari che ne è l'ossatura silenziosa. Una comunità, l'ho scritto altre volte, si misura da come tratta i più deboli, cioè coloro che non possono restituire nulla in termini di utilità immediata. Sotto le macerie di La Guaira c'è esattamente questo: persone che non potranno mai ricambiare, e uomini che, nonostante tutto, continuano a scavare per loro. In quel gesto ostinato, mentre la terra trema ancora, mi pare di vedere il meglio di noi.

Fonte della notizia: ANSA.

Perché conta

Quando la competenza diventa soccorso, smette di essere un titolo e diventa responsabilità. È lì che un Paese mostra il meglio di sé: nella capacità di mettere sapere e organizzazione al servizio di una vita concreta.

Il nodo

Il nodo è riconoscere il valore delle professionalità silenziose. Tecnici, operatori, volontari e istituzioni funzionano davvero quando non cercano visibilità, ma risultato.

Una strada possibile

Serve investire in formazione, cooperazione, procedure chiare e cultura della preparazione. L'emergenza si affronta prima che arrivi, costruendo fiducia tra chi dovrà agire.

In fondo

La solidarietà senza competenza rischia l'improvvisazione; la competenza senza solidarietà resta fredda. Insieme, diventano servizio.